Però c’era la sensazione di essere parte di un mondo dove ci si potesse fidare della gente: e dove il prossimo poteva essere un alleato, e una risorsa. E non solo un nemico da invidiare, o da calunniare.

Sabato, al paesello, ricorderanno “Passerotto” con una partita di pallone.
Parteciperò anch’io. E con grande piacere.

Io, di Passerotto ho un ricordo molto bello.
Era un uomo come ce n’erano a milioni, allora: otto ore di fabbrica e a volte nove, o dieci. La sera, la spuma al bar. Sabato la Messa e domenica la partita.
In agosto, quindici giorni al mare con la famiglia; Marina di Grosseto, probabilmente. Qua e là una comunione, una cresima o un matrimonio dove si regalava una risveglia. O, meglio ancora, diecimila lire dentro una busta.
Tutta roba felliniana, che adesso ci fa quasi un pò orrore.
Eppure, noi siamo nati e cresciuti lì dentro; in quel mondo non ci trovavamo nulla di strano.
E quel mondo lo mandavano avanti le persone semplici, e perbene, come Passerotto. Il mondo, e conseguentemente il paese dove abitavi… Perché allora un paese lo abitavi per davvero, 365 giorni all’anno, e dovevi darti da fare per renderlo un po’ più bello e vivibile.

Si idealizza un po’ troppo, forse. Però c’era la sensazione di essere parte di un mondo dove ci si potesse fidare della gente: e dove il prossimo poteva essere un alleato, e una risorsa. E non solo un nemico da invidiare, o da calunniare.
E capivi anche perché quelli come Passerotto avevano in antipatia la televisione, e i telefonini che stavano prendendo piede. Perché intuivano che questa roba avrebbe finito per annientare (come è accaduto) il confronto diretto, che del loro mondo ne era stato il motore… E dentro il confronto diretto c’era il litigio (anche aspro), lo scontro e un bel po’ di cantonate, perché si prendeva fuoco con un niente.
Ma bastava un niente anche per ridere, ed essere contenti di quello che si aveva.
Erano anni che capitava di prendere uno scapaccione in piazza anche da uno che non era tuo babbo. E quando tornavi a casa a lamentarti non volavano le carte bollate o la telefonata al legale. Al limite, volava un altro scapaccione, se te lo eri effettivamente meritato.
E allora, conveniva starsene zitto.

Passerotto era figlio di quell’epoca lì, e anzi ne era uno dei protagonisti. Un tipo di grande qualità, che ci contavi sempre… Un uomo perbene e rigoroso, altruista e difficile, e lui stesso ci scherzava su: “andare d’accordo con me” –diceva- “è molto complicato”.
Uno di quelli fatti con un carattere ” a modo suo”: che avevano un concetto alto dell’impegno preso e della parola data, capaci di scenate apocalittiche ma anche di generosità che adesso sarebbero impensabili.

Io mi ricordo di quando fecero un rinfresco, al teatro.
E c’era un sacco di gente, e noi ci avventammo sui bignè alla crema con la voracità dei bambini che eravamo, e che raramente si concedevano quelle prelibatezze.
Passerotto ci vide e ci incenerì: “Ohè.. Guardate quanti siamo… Mica toccano tre bignè a testa!”.
Lo disse con gli occhi di fuori.
E fu, a suo modo, una lezione anche quella.

Sei stato un grande compaesano.
Ti ricordo con piacere.

E un pochina di nostalgia, anche.