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Fu Arrigo Sacchi ad assestargli il primo, decisivo, colpo.
A quelli come Bersellini, dico.

Poi, arrivarono le lavagne, il computer e i video-analyst. E quella generazione sparì del tutto.
Sparirono Bersellini e Nedo Sonetti. Gibì Fabbri, Tom Rosati e Maciste Bolchi… L’ultimo a resistere fu Mazzone, come quei soldati giapponesi nelle isole del Pacifico; ignari di combattere una guerra ormai finita e irrimediabilmente perduta.
Poi, non si parlò più nemmeno di lui.

Fu lo stesso effetto del meteorite sui dinosauri: un’estinzione in piena regola che si portò via anche chi qualche buon titolo poteva pure vantarlo, come Radice o Bagnoli, e Ottavio Bianchi e lo stesso Trap.
L’aria si fece pesante, come in certe botteghe di paese dove nello stesso scaffale si tenevano i fagioli, le forme di cacio e i quaderni a quadretti. Gli allenatori diventavano definitivamente “mister” e indossavano il camice bianco degli scienziati… E diventarono preistoria i nei di Marchesi e il ciuffo di Castagner, per non parlare del colbacco di Giagnoni.
Tutti in pensione: “per sopraggiunti limiti di età”, come si diceva una volta dei ragionieri contabili, o dei militari in congedo.

Quando Bersellini venne (anzi, ritornò) alla Sampdoria nel 1984, non mi parve un uomo antiquato. Anzi, lì per lì era uno degli allenatori più innovativi: per certi versi, addirittura un “pioniere” di quell’atletismo spinto che sarebbe arrivato di lì a poco, e che lui traduceva in sessioni di allenamento che avrebbero fatto impallidire persino Zeman.
Dicono che fosse un “sergente di ferro”: a me sembrava piuttosto un uomo serio, senza fronzoli. Uno che lavorava senza risparmiarsi e, di conseguenza, pretendeva parecchio da tutti quelli che gli ronzavano intorno… Raccontano di quando, all’Inter, adottò metodi che sembrarono rivoluzionari, per l’epoca: come effettuare le partitelle del giovedi indossando giubbetti riempiti di piombo.
Liberati da quella zavorra, ovvio che i suoi calciatori volassero; e arrivarono addirittura a vincere lo scudetto. Era l’Inter di Altobelli e Muraro; Marini, Oriali e Mimmo Caso, per la regia spesso ispirata del “Beck” Beccalossi… Ma fu anche il campionato dove deflagrò il calcioscommesse, con le condanne di Paolo Rossi e Giordano.
E alla fine, si parlò solo di quello.

Era un football dove cominciava ad affacciarsi la tattica e il “sistema di gioco”, ma dove più che altro contavano gli uomini: e gli allenatori come Bersellini, gli uomini li sapevano riconoscere prima e meglio degli altri.
Gli piacevano i calciatori tosti, che giocavano novanta minuti e non morivano mai; c’era lui, infatti, sulla panchina di quel memorabile Toro operaio che in tre-minuti-tre ribaltò letteralmente la Juve di Platini e degli eroi di Spagna 82, nella rimonta più pazzesca del dopoguerra (un Milan-Liverpool al quadrato, per chi se lo ricorda).

Poi, il calcio fece a meno di Bersellini: e lo piazzò in soffitta, insieme agli scatoloni con le cose che non si usano più. Abbastanza normale per un personaggio che dello scienziato non aveva niente, e assomigliava semmai al sensale di campagna, che contratta gli animali e poi stringe la mano con vigore: “parola data, affare fatto”.
“Mastro Lindo”, lo canzonavano i tifosi avversari. Rifacendosi alla vaga somiglianza con un personaggio molto in voga nella pubblicità di quegli anni ormai lontani.

Ma era un calcio più ricco, quello dei Bersellini. Forse, persino più divertente. E, umanamente parlando, batteva sei zero, sei uno quello di adesso, che non odora più di formaggio e di quaderni a quadretti… Semmai, di poliuretano, o di fibra al carbonio,
Che, infatti, non hanno odore.

Ti sia lieve la terra.

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