Avevo un anno, quando morì Gigi Meroni.
Ovviamente, non l’ho mai visto giocare.
Tuttavia, mi sorprendo delle pochissime e scarne immagini che dispongono negli archivi, solitamente ben forniti, delle Teche Rai. Ad ogni ricorrenza della “Farfalla Granata”, infatti, ci sono sempre grandi e struggenti testimonianze: di ex compagni di squadra e di tifosi illustri, di personaggi dello spettacolo e persino di raffinati intellettuali.
Ma azioni di gioco indimenticabili, pochissime. E dei gol, nessuna traccia.
Cosi, a malincuore, mi convinco che Meroni non era un fuoriclasse.
O, almeno, non era quel fuoriclasse epocale che una certa letteratura agiografica ci ha poi tramandato; e lo dico con l’amarezza del romantico che adora certe storie, soprattutto quando sono ben raccontate come nello splendido libro di Nando Dalla Chiesa.

Ma Meroni, anche se ci è sempre piaciuto crederlo, non valeva George Best.
Che a sua volta non valeva Pelè (e ci dispiace anche questo).
Il paragone è onestamente troppo largo: Meroni sta a Best come il Toro del 67 (che faceva ottavo in serie A) sta al Manchester che vinceva la Coppa dei Campioni… Best aveva classe internazionale, Meroni non era quasi mai titolare in maglia azzurra, dove gli preferivano Perani e Domenghini.
Umanamente parlando, Best proveniva dalla Belfast degli anni 60 (avete presente l’ambientino, si?), Meroni dalla sonnolenta Como, con il suo incantevole lago… Best tirava l’alba nei locali più malfamati, bevendo tutto il bevibile, Meroni non usciva mai di casa, dove dipingeva acquerelli.

Aldo Agroppi racconta che conobbe un’unica ragazza, e se ne innamorò follemente. Purtroppo per lui, era una ragazza già sposata, e gli toccò pure affrontare il ludibrio pubblico di quell’Italia codina e perbenista che tollerava il “delitto d’onore” sulle donne, ma su certe cose non faceva sconti.
Forse, la fama di ribelle gli derivò proprio dal coraggio con il quale seppe affrontare e difendere quella relazione (come successe a Coppi), oltreché dai capelli lunghi e dagli abiti stravaganti, in leggero anticipo sul sessantotto che stava arrivando.
Perché Meroni era, alla fine, un semplice ragazzo di provincia: dolce e stralunato. Chi parla di “personaggio maledetto” ci ha capito poco, o mente sapendo di mentire. Andatevi piuttosto a leggere le autobiografie di quei campioni della pallacanestro americana, e troverete pane per i vostri denti… Altro che galline al guinzaglio, o catenine colorate.

A 25 anni, quando se ne andò, Meroni era un buon calciatore. Ma i grandissimi, con tutto il rispetto, erano altri. Facchetti, alla stessa età, era il miglior terzino del mondo; Riva trascinava quasi da solo il Cagliari ad uno scudetto epocale… Rivera vinceva da capitano la sua seconda Coppa dei Campioni, e alzava il Pallone d’Oro.
La morte tragica ha poi fatto di Gigi Meroni una piccola leggenda; ingigantita dal fatto di giocare nel Toro, con tutto quello che si porta dietro la maglia granata da Superga in poi.
E dal 4-0 sulla Juve, la domenica seguente, nella partita più “magica” mai giocata in un campionato: con la tripletta della “Foudre” Combin (che di Meroni era uno degli amici più cari) e l’ultimo, bellissimo gol dello sconosciuto esordiente Carelli. Al quale era toccata proprio la maglia numero sette.

Non era una rockstar, insomma, Gigi Meroni. E tantomeno un “maledetto”.
Era invece un tipo fragile e delicato; un piccolo artista, probabilmente… Di certo, era un bel tipo.
Forse, assomigliava proprio ad una farfalla, o ad una rosa.
E le farfalle, e le rose, vivono un giorno solo.

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