Mazzola.
E Rivera, anche.

Che non erano Coppi e Bartali (perché Coppi e Bartali erano di un altro pianeta) ma ci andarono vicini. E per almeno vent’anni impersonarono nella mente di tutti l’archetipo del calciatore.
Mazzola e Rivera, come un ritornello: nessuno era più “calciatore” di loro… Nemmeno Riva, o Zoff o Boninsegna, che erano roba più per intenditori, o comunque per gente che comprava l’Intrepido da Duina, alla Piazzola, e un pochino ci stava dietro.
“Si, si…Vai con Mazzola e Rivera. E intanto vi perdete le vere gioie della vita” diceva il povero Mireno, che di pallone non ne masticava.
E quali sarebbero le gioie della vita?” gli domandavamo noi, che si mangiava pane e figurine Panini.
“Avete presente quando al bosco state tagliando una quercia… E sentite fare croc-croc, perché vuol dire che sta venendo giù…”.
E si rimaneva a bocca aperta: perché secondo noi una quercia che fa croc-croc e poi viene giù non valeva nemmeno un’ unghia di Mazzola. E figuriamoci di Rivera.

Oggi Mazzola compie 75 anni: e ci procura quella sottile malinconia da reduci che quella generazione l’ha vista giocare, e ne ha un ricordo abbastanza nitido, nonostante il bianco e nero della Domenica Sportiva.
E ci ricordiamo il Mazzola ormai maturo; quello che giocava con il “baffo”, marchio inconfondibile di un’epoca dove il baffo andava fortissimo, e lo portavano anche Causio, Savoldi e Palanca. E ce n’erano di bellissimi, tipo il D’Angiulli del Catanzaro 72-73, o il secondo portiere del Napoli, che si chiamava Pasquale Fiore, ed assomigliava a quello incazzoso che vendeva la porchetta al mercato di Sinalunga.

Quando cominciò, “Mazzolino” (lo chiamavano così, perché il Mazzola autentico era il papà) era una specie di Insigne. Un tipetto secco e razzente che sembrava fatto apposta per tesaurizzare il lancio di Suarez, che giocava con il goniometro incorporato. Su quel lancio si fiondavano a turno lui e, dall’altra parte, il mulatto Jair, nella specialità della casa della Grande Inter di Herrera, che dominò in lungo e in largo quasi tutti gli anni sessanta… Avessero comprato anche Eusebio (come si favoleggiava) parleremmo forse della squadra più forte di tutti i tempi… “Ma sarebbe bastato accorgersi prima che Boninsegna era un fenomeno”, disse un giorno al politico Walter Veltroni che lo intervistava.

Poi, la sua trasformazione in numero dieci, ovvero regista puro: tipica evoluzione del football dell’epoca, dove il grande terzino diventava, a fine carriera, un libero con i fiocchi (Burgnich, Facchetti, ma anche Bellugi) e l’attaccante dai piedi buoni arretrava di venti metri e si riciclava in un sontuoso interno di centrocampo.
Mazzola diventò il classico elemento “di lotta e di governo”: un calcio “borghese”, messo in contrapposizione a quello più “aristocratico” di Rivera, sulla cui rivalità i giornalisti sportivi, e non solo loro, inzupparono il pane per anni. Una rivalità che toccò il diapason a Messico 70, con la “staffetta”, i sei minuti della finale e tutto il resto… E che continuo’ per tutti gli anni settanta, anche quando Inter e Milan chiusero il loro ciclo, e non vinsero più nulla.

Ogni tanto li chiamano in tv, per qualche programma rievocativo. E nonostante il tempo che passa, hanno sempre il loro fascino: il “golden boy” ( o “abatino”) con la sua erre moscia, e il “baffo”, con quella vocina stridula alla quale faceva il verso anche il grande Alighiero Noschese, negli sketch di Canzonissima… E fanno vedere quella vecchia foto, dove Mazzola e Rivera si stringono la mano, a centrocampo.
E sorridono, e c’è il sole.
E le maglie sono bellissime, e San Siro è strapieno.
E sembra davvero il posto più bello del mondo.

Auguri, vecchio “baffomazzola”.

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