Fu, quella, la madre di tutte le sconfitte.

Anche se, alla fine, fu un pareggio. Ma fu un pareggio che fece più male di tutte le sconfitte messe assieme.

Fu un pugno in faccia, un calcio nello stomaco. E la convinzione che nella vita le cosiddette “sliding doors” si aprono al momento giusto solo al cinematografo. Per il resto è tutta una banale routine, dove i miracoli non accadono mai, e dove gli eventi si susseguono seguendo il loro naturale corso, senza colpi di scena né scintillii di grandezza.

Chissà come sarebbero stati i nostri anni 80 se quel maledetto colpo di testa del difensore brasiliano Oscar fosse finito sul palo; o se il vecchio Dino Zoff fosse riuscito a bloccarlo. Magari sulla linea di porta…

Ma quella era davvero una parata impossibile, e il 3-3 finale allo stadio Sarrià di Barcellona (5 luglio 1982) sancì il logico passaggio del Brasile alle semifinali, e il conseguente ritorno a casa dell’Italia di Bearzot.

Eppure, ci avevamo sperato… eccome se ci avevamo sperato. Un miracolo, ma si stava realizzando. Mai vista una Nazionale azzurra più azzurra di quella che tre giorni prima aveva battuto l’Argentina e che per 89 minuti aveva tenuto in scacco il magno Brasile. Prima della beffa finale di Oscar, per l’appunto.

 

Adesso viene voglia di immaginare che tipo di “sliding doors” si sarebbero potute aprire, grazie a quel 3-2 ormai maturo e destinato ad entrare di diritto nella leggenda; il successo più inaspettato e più travolgente in  quasi cento anni di calcio. Una di quelle robe da letteratura americana, dove si prova a intuire come sarebbe andata la storia se Hitler avesse sfondato come pittore, se Cristoforo Colombo fosse rimasto a piedi e se una banale ernia del disco avesse sconsigliato a San Paolo il viaggio verso Damasco.

Ma evidentemente il destino si sveglia sempre dalla parte sbagliata del letto. Eppure…. Eppure mancava tanto così, quasi niente , e la storia sarebbe cambiata davvero. La Storia con la Esse maiuscola, che in certi posti come l’Italia le vittorie sportive hanno molto più senso che da altre parti… Incidono sul costume, anche pesantemente; perchè qui c’è gente che magari non versa una lacrima ai funerali del padre, ma piange come un vitello se ripensa a Coppi solitario sullo Stelvio o al piattone di Rivera contro la Germania.

 

Il colpo di testa di Oscar si insaccò all’angolino basso alla sinistra di Zoff, che tentò un tuffo disperato, ma non arrivò in tempo. Era l’ultimo rantolo di un Brasile disperato, ormai in trappola: Zico irriconoscibile, Socrates e Falcao al loro peggio, Eder costretto a prendere a calci i cartelloni pubblicitari per battere i corner…. Un Brasile quasi goffo, annichilito da Paolo Rossi che quel giorno decise di camminare sulle acque e  realizzò una tripletta. Tre gol al Brasile che l’avrebbero fatto entrare di diritto tra i Padri della Patria, insieme a Mazzini, a Cavour e a tutta quella gente antica con lo sguardo torvo e il baffo arricciolato.

Se solo non fosse arrivato Oscar…

Quel colpo di testa fu una rasoiata, e cancellò tutto. Nemmeno la televisione, da allora, ha avuto più il coraggio di far vedere un solo spezzone di quella partita. . Neanche in quei programmi nostalgici che hanno fatto le fortune di Pippo Baudo… Quel 3-3 è sparito dalla faccia della terra, come un brutto ricordo da rimuovere immediatamente. Polvere da nascondere sotto il tappeto.

Quando, qualche anno dopo, il giornalista Gianni Minà ha intervistato Giancarlo Antognoni si è trovato davanti una larva d’uomo che ancora non si capacitava della svista dell’arbitro Klein sul suo gol ingiustamente annullato: “non era fuorigioco…”, singhiozzava con lo sguardo assente e l’occhio vitreo. Il suo 4-2 avrebbe messo la partita al sicuro, e garantito al grande centrocampista della Fiorentina una gloria imperitura… Magari gli avrebbero intitolato qualche piazza, e forse un Lungarno.

Fu un brutto effetto, invece, vedere il campione che, in preda alla depressione, viveva sotto l’effetto degli psicofarmaci e aveva ormai perso tutti i capelli.

E d’altronde la stessa, maledetta sorte che era toccata a tutti gli altri protagonisti di quel maledetto 5 luglio. Lo stopper Collovati, che si era ridotto a giocare come libero in serie C2, nel Vigevano, l’unica squadra disposta a dargli ancora fiducia. E il bellissimo Cabrini, sogno proibito delle teenagers di mezzo mondo, che nell’84 fu riconosciuto in una clinica per alcolisti all’ultimo stadio.

“I Maledetti dell’82”, titolò la Gazzetta in un’interessante inchiesta. Quel 3-3 di Oscar all’ultimo minuto, si scrisse, fu uno tsunami; azzerò una generazione di possibili campioni. E infatti, nessuno di quei calciatori si è più rivisto.

Dicono di Bruno Conti che sia stato assunto da una ditta di furgoncini per il trasporto del latte. Oriali e Marini hanno aperto una tavola calda che poi ha chiuso nel giro di pochi mesi. Il nome di Bergomi è addirittura finito nelle cronache giudiziarie di un traffico internazionale di diamanti falsi. Di gente come Tardelli e Paolo Rossi si sono perse le tracce.

Enzo Bearzot pare che viva da anni in Paraguay, sotto falso nome. In una piccola fazenda dove alleva pecore. Rintracciato da una troupe di Rai 3 per il programma “Chi l’ha visto?” disse, in un cattivo spagnolo, di chiamarsi Ramirez e di voler essere lasciato in pace… La rissa furibonda che ne seguì è ancora adesso uno dei video più cliccati su youtube.

 

 

Il Brasile, invece, sull’onda di quel successo strapazzò la Polonia in semifinale e si aggiudicò la Coppa del Mondo sulla Germania nella magica notte del Bernabeu. Divennero eroi nazionali il fortissimo Valdir Peres, autore di parate sensazionali,  e il grande centravanti Serginho, che segnò il gol decisivo.

Nel paese, tramontò la dittatura militare e si aprì un vero e proprio boom economico: l’economia decollò, la disoccupazione diminuì, il fixing della borsa di Rio de Janeiro ebbe un aumento a tre cifre, superiore persino ai numeri record di Wall Street. Il trionfo a Spagna 82 fu il prologo per la famosa “Rinascita Brasiliana” che caratterizzò gli anni 80 e fece da volano a tutta l’America Latina.
Il campionato di calcio visse di stadi pieni e di entusiasmi mai visti: il Flamengo aveva 90000 spettatori fissi ad ogni partita, il Vasco da Gama registrò lo sproposito di 70000 abbonati, tanto che fu necessario un ampliamento del vecchio Sao Januario… E quando Diego Maradona decise di abbandonare Barcellona, nessuno si stupì che la sua destinazione fosse il Gremio di porto alegre. Dove vinse due campionati statali, una Libertadores e dove tuttora i tifosi venerano il suo ricordo con un misticismo pari a quello riservato a Nossa Senhora Aparecida.

 

Per effetto di quella storica sconfitta, in Italia il calcio ebbe invece un tracollo epocale, e gli anni 80 furono ricordati come il punto più basso mai toccato, con stadi deserti e una qualità di gioco paragonabile a quello della serie B cipriota.

L’asso francese Michel Platini, che aveva già firmato per la Juventus e si stava apprestando a cominciare in bianconero la stagione 82-83, ci ripensò… stracciò il contratto e preferì accasarsi all’Anderlecht, nel ben più prestigioso e remunerato campionato belga. Le sue prestazioni consentirono al club bianco malva di Bruxelles di aggiudicarsi scudetti, una Coppa delle Coppe e una memorabile Coppa dei Campioni, battendo il Liverpool nella storica finale giocata nel proprio stadio, il monumentale Heysel.

Il campionato italiano di pallacanestro effettuò, nel 1984, lo storico sorpasso sul calci, e per la prima volta si registrarono più presenze nei palazzetti che negli stadi. L’imprenditore milanese Silvio Berlusconi, interessato all’acquisto di un Milan ormai affogato dai debiti, preferì dirottare i suoi investimenti verso l’Olimpia Milano, che divenne in pochi anni il Club di basket più titolato al mondo,  superiore come prestigio a  molte franchigie dell’Nba americana.

Il Milan, invece, fallì definitivamente nel 1986, e ripartì dalla terza categoria lombarda con il nome di “Madunina Football Club”… Quello dell’86 fu un campionato onestamente scadente, specchio fedele di una crisi che sembrava irreversibile. Lo vinse l’Atalanta, grazie alle prodezze di Cantarutti, capocannoniere del torneo. I nerazzurri ebbero la meglio sull’Avellino di Mario Piga, il capitano della Nazionale Azzurra. La Nazionale del CT Titta Rota che non si qualificò ai Mondiali del Messico, ottenendo solo tre punti nel girone di qualificazione che comprendeva la Jugoslavia, l’Ungheria, la Finlandia e Malta.

Ma gli Italiani avevano altro cui pensare, in quei tristissimi anni 80… L’economia ormai al tracollo, la disoccupazione dilagante, la borsa ai minimi storici. Le tensioni sociali, dopo un breve periodo di tregua, si erano acutizzate e i gruppi terroristici avevano rialzato la testa.

Il simbolo di quegli anni tormentati fu senz’altro il Presidente Sandro Pertini, che concluse il suo settennato al Quirinale nel 1985. Fu un presidente amatissimo… Gli Italiani lo ricordano ancora oggi nella sua istantanea più famosa, la sua fotografia più celebre: quella che lo ritrae, in lacrime, vicino al pozzo di Alfredino Rampi nella tragica notte di Vermicino.

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