Erano anni molto densi, quando giocava Angelillo.

Gli anni della Seicento e di “Lascia o Raddoppia”; di Modugno che canta “Volare” e di un’Italia viva e ottimista… Che così piena di speranze e di energia, forse, non lo è più stata.
Ma anche un’Italia codina e bacchettona dove il perbenismo si affettava con il coltello; un tanto al chilo. Ed un atteggiamento un po’ sopra le righe comportava un prezzo altissimo.
Soprattutto in quella materia lì, insomma. Quella che riguardava le lenzuola, e ciò che vi succede al loro interno.

Angelillo era un centravanti formidabile; di quelli che in Argentina nascono più facilmente che altrove, e alla fine sono i più bravi di tutti quando si tratta di fare gol. Ramon Diaz e poi Batistuta. Balbo, Crespo e il Principe Milito. E Tevez, con la faccia da indio; e Trezeguet, che in fondo era gaucho pure lui. Per non parlare di Higuain, o di Icardi.

Angelillo, oltre ad una storia di calcio, ce ne raccontava anche un’altra. Molto più tenera, se vogliamo… Ovvero, la solitudine di un ragazzo di vent’anni che si trova a diecimila chilometri da casa. Che è invincibile dentro un’area di rigore, ma diventa vulnerabile tra le braccia di una donna. Più grande di lui, e “entreneuse” in un night-club, per giunta.
Tutta roba da far drizzare i capelli, in quell’Italia rurale e frugale. Dove si regalava il coniglio al Parroco, si partecipava alle processioni e dove la porta dell’inferno era sempre spalancata, soprattutto se c’erano di mezzo le donne (che da Madre Eva in poi sono quelle che mangiano la mela, e accompagnano alla perdizione).

L’Inter, che aveva trovato in Angelillo un goleador addirittura superiore a Veleno Lorenzi, e a Stefano Nyers (“l’Apolide”), se ne disfece in tutta fretta… Ufficialmente per “calo di rendimento” e “scarsa professionalità”. Più verosimilmente perché Helenio Herrera non voleva stelle di troppa luminosità, nello squadrone che stava costruendo: e uno come Angelillo avrebbe seriamente rischiato di rubargli il proscenio, che il Mago intendeva invece occupare da solo.
Significò, in pratica, smettere di giocare a pallone, perché questo voleva dire (all’epoca) un trasferimento dall’Inter alla Roma… D’altronde la Roma, intesa come club di primo piano, è un’invenzione abbastanza recente: diciamo da Dino Viola in poi. A quei tempi, era invece una “Rometta” (così la chiamavano i suoi stessi tifosi) più adatta per il folklore e per piazzamenti che non andavano mai oltre il quinto-sesto posto.
Angelillo se la legò al dito: e quando Maurizio Mosca, tanti anni dopo, propose una “riaffacificazione” in diretta tv, vennero fuori tutti i rancori… E anziché le strette di mano, volarono parole grosse.

Di Angelillo ricordo una serata al ristorante, al termine di una qualche premiazione dove eravamo entrambi invitati… Un uomo autorevole, carismatico, che dalle nostre parti vantava una certa popolarità legata anche agli anni da allenatore dell’Arezzo: un’ottima squadra che nei primi anni 80 fece le bucce alla serie A (quelli di Menchino Neri, e della celebre rovesciata al Campobasso).
Ricordo la malinconia di quest’uomo, che tra l’altro era ancora un bell’uomo, capace di risvegliare gli appetiti delle molte signore che quella sera erano sedute al tavolo.
Parlava di calcio da competente, come piace a me: badando al sodo, e giudicando la tecnica e la personalità dei calciatori, senza soffermarsi troppo su cose tattiche, che parevano non interessargli troppo.
Di Christian Vieri, che aveva appena segnato un gol di testa, disse semplicemente: “Guardate come ha anticipato il difensore su quel pallone, che era difficilissimo.”.
Gli chiesero anche del Mago Herrera, ovviamente. E lì, la sua faccia ebbe una smorfia.
“…E pensare che alla Grande Inter mancò sempre il centravanti.”, sospirò.
Poi, sorrise.

Ti sia lieve la terra.

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