Chi si ricorda della cosiddetta “Anderdivicini”?
Tutto attaccato, e pronunciata di getto, possibilmente.

Passeranno mille anni, diventeremo vecchi e sdentati, ma quella squadra lì, probabilmente, ce la porteremo dietro. Perché seppe incarnare, più di altre, la fonte dell’eterna giovinezza e il mito romantico dell’eroe gucciniano: e fu, più che una squadra, una specie di simbolo. Fu la Dorian Gray del calcio italiano… E così, ce la ricorderemo per sempre.

Che poi, rimase incompiuta, come tutti i capolavori fin troppo idealizzati: e si fermò definitivamente a undici metri dal sogno, sul rigore di Aldo Serena parato da Goycochea.
Ricordate? Il Mondiale delle Notti Magiche, che sembrava bello e apparecchiato per noi… Il rigore di Serena, d’accordo. Ma anche il gol di testa di Caniggia (“C’è Zenga? No, è uscito”, si è ripetuto per anni), il recupero fiume dell’arbitro Vautrot e il San Paolo che tifava per Maradona (ma anche quella è una mezza leggenda).

Azelio, che era un omino abbastanza scialbo e incolore, conobbe la ribalta grazie a quella generazione, che si ritrovò tra le mani nell’Under 21 e della quale finì per essere il mallevadore. E incarnò, per anni, una figura ideale e rassicurante: l’uomo saggio, che distribuiva buonsenso, sorrisi e una buona parola per tutti. Una riuscita via di mezzo tra il filosofo Socrate e il maestro elementare del libro Cuore.
E poi, la sua Under21 piaceva. Era fresca, sbarazzina, irriverente… E trapiantata nella Nazionale maggiore (immaginavamo) non ce ne sarebbe stato per nessuno.
Anni gaudiosi, dove la Serie A era indiscutibilmente il campionato di riferimento del mondo intero, e sbocciava un’ideale “meglio gioventù” composta da Vialli e Mancini, Zenga e Ferri, il Principe Giannini, De Napoli e Donadoni. Insieme ad altri che “meglio gioventù” non lo erano (il libero titolare Progna, o la punta Baldieri, o Ciccio Desideri, che giocò maluccio nell’Inter) e quelle promesse non le avrebbero poi mantenute.

Anche se il finale fu agro, più che dolce. E quei Mondiali ormai lontani che dovevano consacrare il mito di Azelio Vicini, di Dorian Gray e dei suoi fedelissimi pretoriani, si risolsero in un buco nell’acqua.
Dove (per ironia della sorte) i più bravi risultarono quelli che furono precettati all’ultimo momento, e che della cosiddetta “Anderdivicini” non ne avevano mai fatto parte: il giovanissimo Maldini, la stellina Roberto Baggio (che fu utilizzato pochissimo) e soprattutto Totò Schillaci, addirittura capocannoniere, con i suoi occhi spiritati che fecero il giro del mondo.

Anni lontani, ormai. Anni beati, caldi ma anche istruttivi.
I quarantenni di adesso (che allora bazzicavano le figurine Panini) impararono, proprio quella sera, che una passione non è mai a gratis, e che talvolta possono arrivare sconfitte che ti fanno stare male da cani… E fu proprio quella simpatica, frizzante, giovane squadra a fornirgli il primissimo esempio.
A noi, che eravamo un po’ più grandicelli, ribadì invece il confine sottilissimo che separa il demonio e la santità, soprattutto quando si è allenatore di calcio… Sei un genio assoluto; poi il tuo portiere sbaglia un’uscita, e finisci dietro la lavagna con il cappello da asino.
Una regola che valeva nelle notti magiche del 1990, e che evidentemente vale ancora adesso.

Infatti, il buon Azelio fu subito accantonato, e dimenticato. Rimase in sella un altro anno e mezzo, in tempo per fallire le qualificazioni all’Europeo del 92. Ma la fonte dell’eterna giovinezza si era improvvisamente disseccata, e Dorian Gray era diventato il ritratto di un uomo avvizzito, invecchiato e senza più fascino.
E lui stesso si era incarognito, e deluso.
Conscio di aver perduto, in una calda notte d’estate, il treno per entrare nella storia.

Ti sia lieve la terra.

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