A me, tanto per dire, il football ha sempre insegnato un’altra cosa.

Per esempio, che l’avversario non si imbratta.
Semmai, lo si rispetta. Che, peraltro, è anche una forma di furbizia.
Perché rispettando l’avversario, ne riconosci i meriti e il valore. E, conseguentemente, aumenta il tuo prestigio, quando quell’avversario sei riuscito a batterlo.
Fausto Coppi diventa Fausto Coppi quando batte Bartali, che era grande quanto lui. E i quattro staffettisti azzurri di Lillehammer’94 entrano nella leggenda perché vincono con i Norvegesi, che di quello sport sono una specie di Dream Team.
Perché lo sport è lotta, miglioramento di se stessi, ma è anche cavalleria.
E’ la cavalleria, che dà forza e spessore al gesto. Anche quando si inserisce nella logica della lotta (anche aspra) e delle rivalità che ne derivano. E che dello sport, e soprattutto del football, sono il pane e il companatico.
Il calcio enucleato dalla rivalità, infatti, non sarebbe calcio. E senza la passione irrazionale della gente, non sarebbe diventato lo sport più popolare del pianeta… Sarebbe diventato il cricket, o quelle robe aristocratiche e un po’ noiose. Dove in tribuna si sussurra “well played, Sir”, e alle cinque si interrompe la partita per filtrare il the.

29511191_1447493798696051_8175417732819350742_n: ma è pur vero che oggi si educa alla vittoria a tutti i costi (sui giornali, in tv, persino nelle scuole calcio), alla sopraffazione e all’aggiramento di qualsiasi regola… E allora cosa vuoi che importi di Annibale Frossi? Quello che sta in basso a sinistra, e che fu il primo calciatore a portare gli occhiali; talmente bravo da superare quell’handicap, e risultare il migliore di tutti alle Olimpiadi di Berlino 36.
O di Peppin Meazza (un po’ più in alto), che era il figlio orfano di una povera verduraia di Milano; con un’infanzia di stenti e malnutrizione, e che diventò il più grande calciatore del mondo. O di Veleno Lorenzi (più a destra) che era di Empoli, e fu un fantastico bomber del dopoguerra… Che rispondeva personalmente alle centinaia di lettere che gli arrivavano da tutta Italia, e sapeva frugarsi in tasca per qualsiasi occasione di beneficienza. E ogni sera, terminati gli allenamenti, faceva il giro degli orfanotrofi di Milano (i cosiddetti “martinitt”) per stare un po’ in compagnia di quegli sfortunati bambini.
E quei signori austeri con i baffi, che nel ristorante “L’Orologio” fondarono un giorno la gloriosa FC Internazionale, vanto e onore dello sport mondiale; affidando ad un famoso pittore il disegno dello stemma… E poi Giacinto Facchetti, probabilmente il calciatore più “bello” mai espresso dal calcio italiano. E Armando Picchi; che morì di tumore a 39 anni, ed era il leader riconosciuto della “Grande Inter”, la squadra più formidabile degli anni ’60.

C’erano, insomma, un sacco di motivi per onorare le facce di quel murales, al di là di ogni rivalità e di ogni bandiera.
Ma è pur vero che viviamo in un mondo dove, evidentemente, tutte le occasioni sono buone per tirare fuori il peggio di noi, ed esibirlo in piazza.
E così, al posto di un fiorellino, ecco che adesso appare la scritta “Inter Merda”.

Che è proprio quella roba che siamo ormai diventati.

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