C’è gente, ormai, che guarda le partite di pallone nel solo, esclusivo, intento di scovarci un motivo di polemica, o di scontro. E di buttarvisi a capofitto.

Siamo alla guerra tra bande.
Con altissimo tasso di litigiosità

Il cosiddetto “sfottò”, che costituiva una delle componenti più creative della passione sportiva, ha cambiato pelle. Ed è diventata la regola.
Ma non lo “sfottò” da caffè dello sport, intendiamoci… Bensì, qualcosa di più sinistro e truculento; che diventa offesa (nel migliore dei casi) se non addirittura violenza verbale (nel peggiore).

C’è gente, ormai, che guarda le partite di pallone nel solo, esclusivo, intento di scovarci un motivo di polemica, o di scontro. E di buttarvisi a capofitto.
Il sangue che scorre… Anche nei canali televisivi, dove le storie di Buffa sono andate bene, fino a un certo punto. Poi, gli ascolti sono un po’ calati, e hanno ripreso vigore le trasmissioni del tutti contro tutti. Quelle dove si sono inventati la nuova professione del “tifoso-giornalista”: che, in quanto giornalista, ha l’autorevolezza per poter parlare.
E in quanto tifoso, di offendere.
I social network, di questo costume, ne sono diventati addirittura il megafono… Dovevano essere la vetrina dei nostri riflessi migliori: poi, alla fine, ne hanno tirato fuori il peggio.

Davo un’occhiata a Facebook, l’altra sera.
Nel giro di ventiquattr’ore, il profumo di violette che aleggiava per la Roma si è trasformato in liquame: e la soddisfazione di chi parteggiava per il Madrid ha toccato vertici notevoli. “Merde” e “bastardi” si sono sprecati: e siccome la violenza genera violenza, le risposte sono puntualmente arrivate.
E andavano nella stessa direzione.

“Non ti facevo così filo-juventino”, mi scrisse scandalizzato, in privato, una persona peraltro molto intelligente.
Avevo appena fatto un elogio di Del Piero, e lì per lì caddi dalle nuvole.
Così, gli risposi che nel calcio ci si guadagna talmente poco che non valeva la pena avvelenarsi troppo il sangue… Conveniva, piuttosto, coglierne la parte più bella e più emozionante. Al di là dei colori.
E gli spiegai che, per quanto strano, non mi costava nessuna fatica, da Sampdoriano feroce, applaudire l’Atalanta, o la Lazio quando se lo meritavano.
Che la Roma di Falcao mi aveva emozionato tantissimo, che il Milan di Sacchi mi aveva annoverato tra i suoi tifosi e che il Triplete dell’Inter di Mourinho mi era sembrata una roba così meravigliosa da meritarsi addirittura un piccolo libro.
Che da piccolo stravedevo per Gigi Riva, pur non tifando il Cagliari, e per Roberto Bettega, pur non tifando Juve. Che tuttora mi emoziono quando ascolto la formazione dell’Ajax del ’73 e che la Juve di Bilbao ‘77 seppe parlarmi al cuore, come l’Amleto di Shakespeare agli attori di teatro… E che davanti all’elica dell’aereo che trasportava il Grande Torino mi misi a piangere così tanto che finii per vergognarmene.
Che il Genoa di Signorini era una gran bella squadra, con un capitano fantastico, e il Trequanda che vinse la coppa con l’Acquaviva fu davvero una cosa notevole… Facevo la telecronaca, quella sera, e non mi parve il vero di emozionarmi pure lì.

Capisco che il calcio è “pancia”, e soprattutto “tribù”.
Lo stadio è, nell’anfratto più remoto del nostro cervello, il campo di battaglia dove si sgozzavano i nostri antenati etruschi, romani, franchi, longobardi, saraceni eccetera: e, ancestralmente, si va alla partita come se si andasse alla guerra .
Ci andiamo con un corredo di canti, di bandiere, di tamburi che (a pensarci bene) di quelle lontane usanze sono parenti molto prossimi.

Ma il football, poi, è anche estetica.
Godimento, esaltazione, estasi talvolta… La Juve aveva giocato così bene, l’altra sera, da meritarsi almeno i supplementari… E l’arbitro che glieli ha negati, ha commesso in quel caso un “delitto di leso calcio”, se esistesse un tale capo d’imputazione.
E quel rigore (dubbio o meno) ha fatto male a fischiarlo.

Era un’opinione da innamorato di calcio, e non da tifoso.
Ma alla fine, siatene certi, vinceremo noi.

Fatevene una ragione.

Pallone-sgonfiato-PP