Pruzzo, fisicamente parlando, tutto avrebbe potuto fare nella vita, tranne che il centravanti di una grande squadra.

Era basso, ed aveva un paio di baffoni da salumiere sveglio… Quelli che mettono due fette di salame in più per arrivare all’etto e venti. E poi ammiccano: “che faccio? Lascio?”
E poi, a dirla tutta, mi pareva anche un po’ grassottello.

Però, faceva un sacco di gol.
E senza di lui, la favolosa Roma “zonarola” del Barone Liedholm avrebbe fatto ben poca strada. Perchè il contributo che arrivava dalla cosiddetta “seconda punta” (il numero undici) non era mai granchè… Iorio, Chierico, addirittura Faccini, o un certo Strukely dei quali si persero rapidamente le tracce.

Pruzzo segnò anche nella “notte prima degli esami”: 30 maggio 1984.
Quando tutta Roma trattenne il fiato.
E con lei l’Italia intera. Perché la “Maggica” in finale di Coppa dei Campioni era una novità sensazionale: e che quella finale si giocasse allo Stadio Olimpico, pareva un segno ineluttabile del destino.
Eravamo tutti lì, davanti alla tv, quella sera.
La Roma era la moda del momento. Il Liverpool evocava un’estetica irresistibile: era la squadra che aveva dominato gli anni 70, e noi libidinosi ci gustavamo la Kop e Anfield in bianco e nero nei filmati di “Eurogol”, nella tarda serata del giovedi sul secondo canale.

Ricordo benissimo lo scambio di gagliardetti tra il povero Di Bartolomei e Graeme Souness… Non c’era la musichetta della Champions (che sarebbe arrivata dopo), però c’era la luce del tramonto di quel maggio ormai lontano. Roba per pittori bravi: quella luce che arriva in un particolare momento del giorno (in Toscana si definisce “tra il lusco e il brusco”), e che a Roma assume colori addirittura irripetibili.

Pruzzo, dicevo, segnò anche in quella sera storica: alla fine del primo tempo.
Il Liverpool era passato in vantaggio quasi subito, e stava difendendo agevolmente il risultato. Picchiavano forte, gli Inglesi; forgiati da un campionato che era si bello e affascinante, ma truculento assai. E dove di carezze se ne facevano poche.
Il gol, quindi, parve anch’esso una profezia: Pruzzo, d’altronde, non segnava gol belli… La sua testolina sbucò tra quei lungagnoni in maglia rossa, e li battè sul tempo. Lo stacco fu minimale, e quasi goffo, ma bastò per imprimere alla palla una rotazione beffarda.
L’Olimpico esplose come una santabarbara: sembrò evidente che, stavolta, l’autobus del destino si era fermato ad aspettare la “Maggica”, e tutto il suo immenso popolo.

Invece, quell’autobus ripartì.
E ci lasciò tutti a piedi.
I rigori furono (per chi se li ricorda) un romanzo dentro ad un romanzo, sui quali si è poi favoleggiato per decenni: ricordo il disperato “Vai, Ciccio vai…” con il quale il telecronista Bruno Pizzul incoraggiò Graziani, che si avviava sul dischetto.
E lì davanti, Bruce Grobelaar. Irridente, nei suoi movimenti da clown.
Vinsero loro.

Notte di lacrime e preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere.
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni.
Notte di sogni, di coppe e di campioni.

Quando uscì il film con Vaporidis e il povero Giorgio Faletti, mi piacque molto.
E ci ritrovai il sapore, e il colore di quel tramonto romano.

Roba di trentacinque anni fa.FB_IMG_1524577204418.jpg

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