Mi pare strano, però, che alle multinazionali della birra, dell’automobile e della finanza sfugga una cosa elementare: che, in certi casi, la “liturgia” dello sport è spettacolo anch’essa.

C’è una “liturgia” anche negli avvenimenti sportivi.

Il coro dei tifosi del Liverpool appartiene a questa “liturgia”. Per suggestione, intensità e coinvolgimento, è uno spettacolo che definirei “unico”.
Vale la famosa “haka” degli All Blacks; quella stranissima danza tribale che i rugbisti della Nuova Zelanda inscenano prima di ogni loro incontro; e che costituisce un momento imperdibile, talvolta superiore alla partita stessa.

L’inno dei tifosi del Liverpool è coinvolgente, e a volte può persino commuovere.
E pensare che si tratta di una canzonetta senza tante pretese, utilizzata negli anni ’60 per uno spettacolo musicale: però, cantata in coro da 50.000 persone fa tutto un altro effetto, e crea una solennità ed un pathos che non ha eguali in nessun altro stadio dell mondo.
Colpiscono più che altro le parole: “Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta, tieni bene la testa in alto, e non aver mai paura del buio… Cammina nel vento, cammina nella pioggia, anche se i tuoi sogni cadranno”.
E poi, il boato finale, nel ritornello: “You’ll never walk alone”.
Che vuol dire: “Tu non camminerai mai da solo”.
Riferito ai calciatori della squadra, certo. Ma anche a tutti quelli che si identificano nel Liverpool F.C… In special modo, a quelli che non ci sono più.

Noi, volevamo bene al Liverpool: la squadra in maglia rossa che ci sembrava l’emblema della forza, e della passione.
Smettemmo di amarlo una tragica notte del 1985, quando la frangia più bestiale dei loro hooligans (molto in voga negli anni 70 e 80) provocarono il macello dell’Heysel. E che anch’essi vissero sulla propria pelle, qualche anno dopo, nella tragedia di Hillsborough: dove morirono novantasei dei loro.
In memoria di essi, modificarono lo stemma; e accesero due fiaccole accanto alla Fenice, che è il simbolo del Club.
E che rappresenta quell’animale mitologico che muore, e poi risorge dalle proprie ceneri.

L’altra sera, al momento di questo inno, la tv ha impietosamente staccato.
Ed è partito il cosiddetto “superspot”.
Che è pure giusto, per carità… Perché il cliente che paga ha sempre ragione, e dietro ad un evento del genere ci sono contratti pubblicitari di miliardi, scritti e redatti dagli studi legali più prestigiosi del mondo.
Però, ho obiettato, non era il caso (almeno stavolta) di anticipare il “superspot” di un minuto?
E’ intervenuto, nella discussione, anche un addetto ai lavori, che ci ha spiegato come funziona quel rigidissimo disciplinare che viene distribuito alle tv… E a quale preciso minuto e secondo bisogna versare la birra sul bicchiere, mettere in moto l’automobile o entrare nella porta girevole di una banca.
E può, e deve, far parte del “pacchetto”.
Come succede alle Olimpiadi: dove si apprezza la vittoria dell’atleta italiano, ma poi si vuol vedere anche la premiazione, con la bandiera tricolore che sale. E quell’atleta che si commuove, ascoltando l’inno di Mameli: e noi con lui.

L’altra sera, durante il superspot, mi è venuto in mente quel tale che andò per la prima volta in vita sua a vedere la Fiorentina allo stadio. E c’era così tanta gente che riuscì a trovare posto solo dietro ad un cartellone pubblicitario, da dove non si vedeva quasi niente.
Non ebbe la soddisfazione di vedere né Julinho, né Montuori: solo la scritta “Bevete Stock 84”, che era, tra l’altro, la marca di brandy preferita di quel malcapitato ometto.

E che, da quel giorno, non lo fu più.
Rimpiazzato da un più onesto “vinsantino”.walk