Lo scudetto della Sampdoria (27 anni esatti fa) fu una calda, bellissima ventata di primavera.

Lo scudetto della Sampdoria (27 anni esatti fa) fu una calda, bellissima ventata di primavera.
Ma non fu un “fuori programma”.

Perché quella Samp vinse coronando un percorso che la collocava stabilmente, da diversi anni, tra le grandi del campionato.
E perché vincere uno scudetto, allora, voleva dire mettere in fila il Milan di Sacchi e il Napoli Maradona. Lasciarsi dietro l’Inter dei record e la Juve di Baggio; ma anche il Toro di Mondonico, il Parma di Nevio Scala e il Genoa di Bagnoli.
Squadre che, adesso, il campionato italiano non ha più.

La “mostruosità” di quell’impresa, vista tanti anni dopo, sta tutta lì: nel valore delle contendenti, e nell’asticella (altissima) di quel campionato.
Che vincemmo perché, oltre alla classe, avevamo una squadra ricca di attributi e di personalità: senza i quali nel calcio non si raccoglie niente, a parte le pacche sulle spalle… Custodendo nel cuore, per sempre, il nostro mantra “Pagliuca, Mannini, Katanec”, anche se, musicalmente, risultò meno efficace del sempiterno “Sarti-Burgnich-Facchetti”, e meno poetico dello “Zoff-Gentile-Cabrini” (o “Stuy-Krol-Suurbier”)

I migliori, senza offesa per nessuno, furono tre: Vierchowod, che è stato il miglior difensore (con Scirea, Maldini e Baresi) degli ultimi quarant’anni. E che fece sembrare Beckenbauer anche Marco Lanna che gli giocava accanto, così come era già successo con Galbiati alla Fiorentina e Di Bartolomei alla Roma.
Luca Vialli, che fu capocannoniere e trascinatore dopo un Mondiale vissuto malissimo: dove le Notti Magiche aspettavano solo lui, e invece furono un flop, con Totò Schillaci che gli rubò tutta la scena.
Infine, Roberto Mancini, leader assoluto e nemmeno troppo silenzioso: goleador, assist-man e dispensatore di una qualità che si espresse, talvolta, ad altezze vertiginose.
Poi, tutti gli altri: Pari e Lombardo, e Dossena. Il Brasiliano atipico Cerezo, ovviamente. Che “la notte di Capodanno dorme, perché è un professionista”, come da battuta di un celebre film.
Ci fu anche Mickailichenko, ma si rivelò triste e agro, come lo sanno essere solo i Russi, devastati dalla nostalgia di casa. Doveva essere la ciliegina, e finì per tirare lo strascico a Invernizzi.
Dopo quello scudetto, arrivò Wembley, e la fine della fiera. Ma ci furono, poi, tante altre Samp interessanti: che fecero ottimi piazzamenti e misero in vetrina campioni assoluti . Tipo il Gullit disfecciato dal Milan (che poi se lo riprese),e Veron, e Mihajlovic. Enrico Chiesa e Montella Per non dire di Seedorf, Jugovic, Platt. E financo un Karembeu, o un Pierre Laigle, che averli oggi accenderesti un cero alla Madonna.
Ma lo scudetto non arrivò più: fu un evento non replicabile.
E non lo sarebbe nemmeno se tornasse il redivivo Paolo Mantovani, in un football dove anche al Milan, ormai, fanno la figura degli spiantati (e all’epoca potevano permettersi De Napoli solo per il vezzo di toglierlo alla concorrenza). E dove quei due, tre calciatori decenti che ancora ci toccano, durano si e no fino alla prima sessione invernale di mercato.

Fu una bellissima annata.
La domenica ero impegnato alla radio, dove conducevo un programma in diretta sul calcio dilettanti. Ricordo, alla fine di quel Samp-Lecce 3-0, di aver interrotto un corrispondente di seconda categoria per riempirmi finalmente la bocca con quelle parole che lì per lì mi parvero gigantesche: “Scusa, interrompo da studio. La Sampdoria è Campione d’Italia”.

Era la prima volta che lo dicevo.
Non lo dirò mai più.FB_IMG_1526726586011.jpg