Deve essere un momentaccio, emotivamente parlando.
Perché mi capita di commuovermi un po’ troppo. Anche al cinema, o alla tv.

L’altro ieri, per esempio, su History Channel andava in onda un innocuo documentario sui Mondiali del 70. A un certo punto, dedicarono una trentina di secondi a Gigi Riva: lo fecero vedere con la maglia azzurra e con quella del Cagliari (bianca, con i famosi “laccetti”), con immagini rallentate, e bellissime.
Non saprei proprio cosa dirvi, se non che mi sono ritrovato con i lacrimoni che mi arrivavano alle ginocchia.

Mi è successo lo stesso con “Spaghetti House”, che hanno mandato in onda per l’anniversario della scomparsa di Nino Manfredi.
Rivedendolo adesso, il film è bellissimo, e struggente; si salda nella tradizione della cosiddetta “Commedia all’Italiana”, dove si raccontano storie capaci di far ridere, ma anche di commuovere. E Manfredi è pazzescamente bravo. Se me ne intendessi, direi che la sua interpretazione rasenta il capolavoro, e forse va persino oltre: ma non vorrei passare per provinciale… Quando sostenni che per un certo periodo abbiamo avuto i migliori attori del mondo, i miei ospiti televisivi si imbizzarrirono; e mi rinfacciarono De Niro, Robert Redford, Dustin Hoffmann e gli Americani che vincevano un Oscar dietro l’altro.
Lì per lì abbozzai, ma rimasi comunque poco convinto. Per me, il Gassmann che fa Brancaleone mi sembra un attore addirittura monumentale; e in “Profumo di Donna” , vale l’Al Pacino di “Scent of Woman” (che ne fu una specie di remake) e qualcosa in più. Il Sordi che in due anni passa attraverso “Un borghese piccolo piccolo” e il “Il Marchese del Grillo”, mi sembra la dimostrazione di una capacità interpretativa unica e irripetibile, e poi ci metto Tognazzi, Mastroianni, Volontè e tanti altri… Persino quei caratteristi che alla Commedia all’Italiana prestavano volti e tic, pur senza esserne protagonisti.
E lo stesso Paolo Villaggio, smesse le salivazioni azzerate di Fantozzi (che all’ottavo sequel venivano pure a noia), quando si trova davanti a Monicelli, stampa un’interpretazione magistrale in “Cari Fottutissimi Amici” che varrebbe sinceramente un riconoscimento internazionale.

Il Manfredi rivisto ierisera è un attore assolutamente prodigioso.
Nobilita, da par suo, un cinema (quello italiano) che per almeno trent’anni vanta registi e sceneggiatori che producono capolavori in quantità così rilevante che molti di essi passano addirittura sottotraccia… Andatevi a rivedere, per esempio, “Cafè Express” (che non fece grandi incassi) o “Nell’anno del Signore”, e poi ne riparliamo.

Ma visto che si parla di lui, di Nino Manfredi, è ovvio che la mia generazione si porterà sempre appiccicata addosso l’interpretazione di Geppetto, nel Pinocchio di Comencini.
Era il 1972, e la Rai trasmetteva, la domenica sera, i cosiddetti “ sceneggiati”, tratti dai grandi classici della letteratura; ne fecero di bellissimi: “Il Conte di Montecristo” e “la Freccia Nera”. “Michele Strogoff”, “Gesù di Nazareth” e “Sandokan”. Duravano sei puntate e incollavano al “Canale Nazionale” (adesso si chiama RaiUno) dai quindici ai venti milioni di spettatori.
Proprio sul più bello l’episodio terminava, e dava appuntamento alla settimana successiva… L’unica, parziale, consolazione era che, terminato lo sceneggiato, cominciava “la Domenica Sportiva”.

Pinocchio ebbe un cast favoloso, una colonna sonora meravigliosa e, soprattutto, un Nino Manfredi da antologia. Fu un’interpretazione perfetta: talmente perfetta da essere presa inconsciamente a modello per tutti i “Pinocchio” che son venuti dopo.
E che, di fronte a quell’interpretazione magistrale e commovente, ci lasciano sempre un po’ con l’amaro in bocca.

Perché lì, Nino Manfredi fu immenso.
Inarrivabile, probabilmente.

nino

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