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Mi trovo, adesso, a parteggiare un po’ per l’Uruguay, in questo Mondiale senza l’Italia; e quindi pieno di gente antipatica.

Tiferò (blandamente) Uruguay, nella convinzione che dureranno poco anche loro, se il calcio è giusto.
Perché basta guardare il centrocampo, e nella Francia ci sono Matuidi, Kantè e Pogba, mentre loro hanno Vecino, Betancourt e Torreira… Proprio quel Lucas Torreira che giocava nella Samp, e quando in aprile gli hanno detto che sarebbe stato convocato per il Mondiale, ha praticamente smesso di correre. E ci ha fatto giocare in dieci negli ultimi due mesi di campionato.

Questo per dire che gli Uruguagi sono tutto, tranne i romanticoni che potrebbero suggerire le stampelle del “Maestro” Tabarez.
Ma proprio grazie a quella concretezza (che spesso diventava cinismo) , hanno vinto così tanto nel calcio; e sono arrivati a costituire un “unicum” da studiare attentamente, come faceva il sommo Gianni Brera.
Che attribuiva i successi della “Celeste” proprio a quella debolezza che diventa una forza, a cominciare dai numeri: tre milioni e mezzo di abitanti, contro i 45 dell’Argentina e gli oltre 200 del Brasile. E anche all’”imprinting” tutto italiano di quel paese, che vanta un sacco di cognomi lombardi, veneti e toscani… Il “Dream team” che negli anni 20 vinse praticamente tutto aveva nomi come Mascheroni, Scarone, Stabile: e in loro onore la FIFA ha permesso alla “Celeste” di fregiarsi delle quattro stelle sulla maglia. Le due del 1930 e del 1950, e le due vittorie olimpiche del ‘24 e del ’28, che vengono (giustamente) equiparate ad un Mondiale.

: sempre buono a correr dietro alla moda del momento (prima il WM, poi i Brasiliani, gli Olandesi e infine il Tikitaka) a costo di snaturalizzarci, e rinnegare quelli che siamo.
Il vezzo un po’ cicisbeo, insomma, di nascondere le nostre dita callose con la cipria e gli unguenti: mentre proprio quelle dita callose sono da sempre il nostro segreto e la nostra forza. Come lo furono di quegli emigranti che un bel giorno sbarcarono in Uruguay (ma anche in Germania e in America) e vi seppero far fortuna, conquistandosi una posizione sociale che gli antenati nemmeno si sarebbero sognati.

Di quelle mani sporche, il piccolo Uruguay non si è mai vergognato. E quando scende in campo, è spesso brutto, qualche volta sporco e quasi sempre cattivo: però c’è sempre, e chi vuol vincere sa che deve farci i conti. Anche se non hanno mai avuto gente troppo raffinata e incipriata, alla Messi o alla CR7, per intendersi; ma hanno avuto “El Mariscal” Nasazzi, e Varela ,“El Gran capitan”. Per non parlare di Pepe Schiaffino o, al limite, del “Principe” Francescoli; tutta gente che di classe ne aveva da vendere, ma non conosceva altro modo di farla fruttare, se non mettendola a disposizione della squadra.

In questo senso, la loro storia assomiglia alla nostra.
Anzi, sarebbe addirittura bello poter dire che l’Uruguay è, alla fine, un’Italia in miniatura.
Peccato che con la Francia, ci giocheranno loro. E, forse, gliela faranno persino sudare.

I nostri campionissimi, invece, se la guarderanno da Ibiza.
Avranno unghie pulite.
E le dita senza calli..Cavani.Godin.Uruguay.2018.esultano.1080x648

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