E vi assicuro che in quel calcio li, nessuna faccia era più “Atalanta” di quella di Giovan Battista Rota.

Tra i tanti difetti che mi riconosco, c’è anche quello di umanizzare le squadre di pallone.

Forse dipende dai vecchi Guerin Sportivo che leggevo negli anni’70, e che corredava le proprie pagine con i disegni di Gino Pallotti: un vignettista formidabile (e dimenticato) che se la Sampdoria le buscava putacaso dal Cesena, disegnava il vecchio marinaio in lacrime. E il cavalluccio marino che, invece, saltava dalla gioia. Lo stesso valeva per l’aquila della Lazio, il biscione dell’Inter o la zebra della Juve (il Bologna aveva il Dottor Balanzone, il Verona, un cane).
E posso garantire che la presa di quell’ideale “giardino zoologico” su un bambino dell’epoca, era fortissima… Molto prossima all’ipnotizzazione, considerato che di calcio non se ne vedeva proprio, e la televisione esisteva si e no un paio di ore alla settimana.

Poi, c’erano i calciatori, nelle figurine: ed erano proprio loro a darci l’idea più prossima della squadra che rappresentavano.
Il Milan, per esempio, aveva la faccia aristocratica e importante di Rivera, ma anche quella un po’ sfigata di Calloni. Il “Baffo” Mazzola era la faccia dell’Inter dell’epoca: rassicurante, ma anche un po’ invecchiata (infatti, non vinceva mai). Antognoni era classico, elegante e un po’ (troppo) provinciale: la faccia perfetta, per la Fiorentina di allora.
Per immaginarci la Juve, bastava guardare Boniperti, con quel sorrisetto plastificato e un po’ savoiardo che pareva dire: “tranquilli, tanto alla fine vinciamo noi”. Il Toro aveva l’espressione virile di Puliciclone, che segnava gol mirabolanti e coraggiosissimi. La Lazio, quella strafottente di Chinaglia; la Roma, quella dimessa di “Kawasaky” Rocca, il giocatore più sfortunato degli anni’70.

Poi, c’erano le “piccole”, che non appartenevano all’aristocrazia del calcio. Erano le cosiddette “provinciali”, tipo la Ternana o il Mantova che duravano troppo poco per affezionarti. Ricordo il Catanzaro, che aveva la faccia baffuta del fenomenale Palanca (che era un idolo, perché tirava punizioni fantastiche). O il Cesena, che nelle figurine ne aveva due o tre veramente bruttissimi.
Poi, c’erano le squadre con il nome suggestivo: la Sampdoria, ovviamente (che di suggestivo aveva anche le maglie). E l’Atalanta.
Di Bergamo.

E vi assicuro che in quel calcio li, molto immaginato e poco visto (e quindi fatalmente idealizzato) nessuna faccia era più “Atalanta” di quella di Giovan Battista Rota.FB_IMG_1531223814027
Detto “Titta”, forse per distinguerlo da un altro Giovan Battista: il Fabbri che allenava il Lanerossi Vicenza, e lo chiamavano “Gibì”.
Nessuno, vi giuro, era più “Atalanta” di “Titta” Rota: allenatore di campagna, proprio come piaceva a noi paesani. Un uomo ruvido ma concreto: spicciativo, e senza tanti fronzoli per la testa.
Che si faceva rispettare, perdio! E anche al bar, quando giocava la spuma al biliardo, non voleva troppe mosche intorno al suo naso: Era lui, e non altri, la faccia giusta dell’Atalanta, nel nostro mondo ideale fatto di animaletti sorridenti o disperati, a seconda del risultato domenicale.

Leggo su facebook che n’è andato anche lui.
Stamattina. Alla rispettabile età di ottantasei anni.

Posso confidarvi che mi è dispiaciuto?