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Una “Tuttosportata”.

Accostare il nome di Cristiano alla Juventus, solo dieci giorni fa, mi sembrò una roba del genere.. Quando uscirono i primi sussurri sulla trattativa in corso, e la mente andò fatalmente ai titoloni senza vergogna che caratterizzano, ogni tanto, la prima pagina di quel pur glorioso quotidiano.
Come quel giorno che strillarono: “Toro: Idea Beckham!”. Quando Beckham era già il calciatore più famoso e pagato del mondo, mentre al Torino di Cimminelli staccavano regolarmente il gas a fine mese.

Invece, CR7 arriva per davvero.
Con sommo gaudio degli Juventini ma anche degli altri, che hanno comunque strabuzzato gli occhi… Perché la Serie A è un campionato ormai miserello, ed era dai tempi dell’altro Ronaldo (Luis Nazario) che non avevamo il campione cosiddetto “planetario”; quello che non erano né Nedved, né Sheva, nè Kakà, nonostante abbiano vinto il pallone d’oro.

Costo complessivo dell’operazione? 400 milioni.
Perché la Ferrari non è un problema comprarla, quanto mantenerla; come disse quel mio amico agricoltore che ne trovò una d’occasione, ma pagava uno stonfo di bollo e assicurazione, e faceva due chilometri con un litro.
La mossa, se si ragiona in senso tecnico, è abbastanza illogica: CR7, comunque la si metta, è un 34enne che si avvia ad una parabola verosimilmente discendente, e gioca in ruolo dove la Juventus non ha un grandissimo bisogno..
La Juve ha un grandissimo bisogno, però, di guadagnare in visibilità e marketing: e lì, CR7 sarà utilissimo, perché consentirà ai compilatori di quel discutibilissimo “Business Plan” di posizionare la Juve sulle dimensioni di un Real, un Barcellona o un Manchester United… Che fatturano il triplo grazie alla loro popolarità, tradotta poi in denaro fresco con le sponsorizzazioni, i diritti tv, le magliette, gli asciugamani, i serviti da caffè e le lenzuola matrimoniali.

Si compra CR7, insomma, per lo stesso motivo per il quale non si dice più: “Tiè! Abbiamo battuto i crucchi, e passato il turno di Coppa”, bensì: “Superando il Bayern, ci siamo assicurati altri due match che porteranno in cassa venti milioni di euro”.
E poi il “brand”, il “fairplayfinanziario”, il “management”, la “plusvalenza”, e tutto l’arsenale linguistico che ha ormai completato la trasformazione del calcio da sport a spettacolo, sull’onda degli Americani del basket; che sono stati i primi a capire come la gestione di un atleta può trasformarsi in un affare colossale.

Dove per essere competitivi ci vogliono certamente i risultati, ma anche e soprattutto i campioni da copertina; quelli che sanno stuzzicare gli appetiti di un pubblico giovane ed entusiasta. Che non ha tradizione, e sarà fatalmente un po’ ingenuo; come i Pellerossa, che barattavano le collane d’oro con le perline colorate .

Chi si ricorda dell’Intercontinentale dell’89, per esempio?
Quella che organizzavano nell’esotico Giappone, ed era sponsorizzata dalla Toyota, nel primo tentativo di esportazione del prodotto calcio in quelle lontane parti del mondo.
Il famoso, fantastico Milan di Sacchi (la squadra del momento) si trovò a giocarsela con i colombiani del Medellin, davanti a uno stadio pieno di entusiasmo ma anche di inconsapevolezza. I Giapponesi erano tutti lì, con le loro trombette, per vedere Van Basten, Rijkaard e soprattutto il fenomenale Gullit, che aveva monopolizzato le prime pagine di tutti i giornaletti.

Ci rimasero malissimo quando videro che la vittoria del Milan (a fatica) arrivò solo alla fine, e grazie ad un certo “Chicco Evani”, che non avevano mai sentito nominare.
E al quale consegnarono molto a malincuore la coppa di migliore in campo.

Chi aveva voglia di capire dove sarebbe andato lo sport, lo capì quella notte.

per davvero

 cinese
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