Quell’idea proverbiale di Toro, che finì per conquistare il cuore di tutti gli sportivi italiani, nacque proprio con Gustavo Giagnoni.

Giagnoni aveva la faccia da “indio”.
Quelle belle facce antiche e misteriose.
Facce che venivano dalla Sardegna, e che funzionavano benissimo anche al cinematografo, nei cosiddetti spaghetti western: dove ricreavano l’Arizona nelle campagne intorno a Viterbo e tra i Comancheros ce n’erano sempre un paio che venivano dalla Gallura, o dalla Barbagia..
In quell’epoca dove Giagnoni era, probabilmente l’unico Sardo presente sull’album delle figurine Panini… Lui e Cuccureddu, che però verrà dopo.
Un calcio dove erano quasi tutti lombardi, o veneti, o piemontesi (l’80% dei calciatori dell’intera serie A) e dove persino il Cagliari campione d’Italia 1970, che della Sardegna sarà il simbolo e l’ambasciatore, non ha in squadra un Sardo che sia uno.

Giagnoni, e il famoso colbacco.
Quel piccolo vezzo che si porterà dietro per tutta la carriera; una di quelle abitudini un po’ innocue che prima ti distinguono, e poi ti fanno diventare personaggio, come il “Tacalabala” del mago Herrera o i fischi del Trap.
E poi il suo Toro dei primissimi anni 70; che forse aveva meno classe di quello che poi arrivò a vincere lo scudetto.
Ma se quello scudetto lo vinse, fu proprio grazie a Giagnoni, e ai suoi ragazzi che gli fecero da incubatrice: Giorgio Ferrini e Puja. Natalino Fossati e Poletti, che erano lì, la sera che morì Gigi Meroni. Ma anche Aldo Agroppi e il ferocissimo Cereser.

Tutta gente che, infatti, non troveremo nella leggendaria formazione del 76. Ma che può ben vantare la primogenitura di quella singolare lotta di classe vissuta sui campi di calcio: anni lontani, ormai, e un po’avventurosi. E molto romanzati, anche. Con le proletarie maglie rosso-granata lanciate a bomba contro lo strapotere bianconero della Fiat, della Confindustria e della famiglia Agnelli.
Quando gli operai, in realtà, tenevano quasi tutti la Juve.
Che, con la prima grande operazione di marketing applicato al football, aveva portato in squadra Anastasi e Furino. Causio, e Cuccureddu, Spinosi e Longobucco. Calciatori che per la prima volta venivano dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Calabria. E con i quali era più facile immedesimarsi. Almeno per i tanti “Vincenzini davanti alla fabbrica” che la domenica sciamavano al Comunale (sempre pieno come un uovo).

Quell’idea proverbiale di Toro, che finì per conquistare il cuore di tutti gli sportivi italiani, nacque proprio con Gustavo Giagnoni.FB_IMG_1533726463943
Giagnoni, e quel colbacco che volò via, in una celebre scazzottata omerica alla fine di un derby, dove un suo uppercut finì sul volto del malcapitato Causio. Perchè con lui comincia il Toro dalle maglie interamente (e virilmente) granata, senza il colletto e i pantaloncini bianchi. Il Toro
del “tremendismo atletico” coniato da Giovanni Arpino, che non è (nè può essere) lo squadrone di Capitan Valentino, ma non è nemmeno il Torino spiantato degli anni 50 che per sopravvivere fu costretto ad abbinarsi ai gianduiotti. Quando l’Avvocato Agnelli chiedeva, perfido, alla domenica sera: “Cosa ha fatto oggi, il Talmone?”.

Poi verrà Gigi Radice, tecnico rivoluzionario. E con lui lo scudetto del 76 e il secondo posto del 77 (a 50 punti!). Claudio Sala, il giaguaro Castellini e la coppia gol più mirabolante della nostra gioventù: “il generoso” Ciccio Graziani e soprattutto “Puliciclone”, l’incubo di Dino Zoff (al quale segna sempre).
Giagnoni, però, non ci sarà più.
Perché, nel frattempo, ha portato il suo anacronistico colbacco da qualche altra parte. In provincia, soprattutto.
Dove quella faccia da “indio”, evidentemente, si spende meglio.

Ti sia lieve la terra.