Duravano molto, le cosiddette “provinciali”.
A volte anche un secolo, come la Pro Vercelli, o l’Alessandria. Che avevano maglie bellissime e storie quasi da leggenda.
O addirittura il Vado, che nell’Almanacco Panini figurava come la prima squadra ad aver vinto la Coppa Italia: nel 1922, con un gol del favoloso Levratto. Il primo vero “cannoniere” del calcio italiano che, quando si apprestava al tiro, “tutti i portieri scappavano a gambe levate” (così scriveva la Domenica del Corriere).

E se le “Grandi” erano il pane e il companatico del nostro calcio domenicale, le “provinciali” ne costituivano una specie di condimento. Il sale il pepe e le spezie, che rendevano il piatto gustoso e mai banale. Forse persino sorprendente, come è stata per anni la nostra serie A: dove si perdevano allegramente campionati a Mantova ,o a Verona. Mentre trovatemi una dannata volta che la squadra.di Lebron James abbia perso contro la numero diciotto del ranking Nba.
Le nostre “provinciali” avevano nomi belli, forti e riconoscibili: il “Padova-dei-Manzi” (allenato da Rocco), la “Spal-di-PaoloMazza” o il “Cagliari-di-Gigiriva (che vinse lo scudetto). Più tardi, “l’Ascoli-dei-record”, il “Real-Vicenza”, il “Perugia-dei-miracoli”.

Sono sparite tutte, o quasi.
Prima sono sparite dal campionato, nel senso della competitività.
Poi, sono sparite.
Punto.
Sparite nel senso letterale del termine: chiuse per fallimento, per bancarotta, per insolvenza o perché “ridotte così dal cognato”, come nei cartelli di quei poveretti che chiedono l’elemosina a Spaccanapoli.
Quest’anno è toccato al Bari, al Modena, al Cesena , alla Reggiana e all’Avellino.
Che non sono piazze da poco, se permettete.
L’Avellino, ai miei tempi, era addirittura un simbolo. Con quelle salvezze costruite nel leggendario “Partenio”, con salvatore Di Somma che abbatteva tutto quel che capitava a tiro.E il Cesena, che aveva sì i calciatori più brutti dell’intero album Panini, ma anche una bella squadra, che arrivò a giocarsi persino la Coppa Uefa, a Magdeburgo, contro Straich, Hoffmann e“Spari” Sparwasser.
E quest’anno, forse, lo vedremo a Piancastagnaio. O a Sinalunga.

Ammetto di capirci pochino.
Il calcio italiano è diventato un negozio stranissimo, che esibisce CR7 in vetrina, e nasconde un retrobottega dove non si sa cosa succede.FB_IMG_1533896157345 Soprattutto alle “provinciali”, che falliscono e poi ripartono dalla serie D: con nuovi nomi, nuovi stemmi, nuovi colori e nuovi padroni… Che sono fantomatiche “cordate”, “holding”, o “investitori stranieri”. Meglio se Cinesi, che vanno di moda.
E che durano tre-quattro anni al massimo, fino al prossimo fallimento… Il tempo di farsi pubblicità, o specularci su quelle due lire. O tutte e due le cose.
O nessuna delle due, ma non saprei proprio spiegarvi.
Perchè ammetto di appartenere ad un’altra epoca, ormai: e l’Avellino, per me, rimane la squadra-orgoglio attorno alla quale si stringe la gente dell’Irpinia, che ha vissuto il terremoto del 1980. Con Juary, che esulta intorno alla bandierina: o Barbadillo, con i capelli a panettone.

Altri tempi, direte voi.
Così come potreste dirmi che il Presidente di quell’Avellino da fiaba era un certo Cavalier Antonio Sibilia. Del quale si conosceva nome, cognome, soprannome e soprattutto amicizie: il Cutolo della nuovacamorraorganizzata, tanto per dire.
E per dire anche che i posti delle fragole, forse, non sono mai esistiti, se non nella nostra memoria.
E che i Sibilia, i Massimino, i Gaucci, i Matarrese tutto erano, tranne San Giorgio che uccide il drago.

Però, avevano una faccia.

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