Uno con il talento di Vladimiro Caminiti, oggi, sarebbe perfetto per quelle cose belle che fanno ogni tanto a Sky.

Ma dubito che lo prenderebbero.
Perché “Camin” non veniva bene, in tv. Era un tipo anarchico e difficile, e totalmente sprovvisto di quella disinvolta scaltrezza che ti rende simpatico, davanti ad una telecamera. “Assolutamente ingestibile”, mi raccontò una volta Aldo Biscardi; che infatti lo invitava raramente, forse per non esporlo alle inevitabili brutte figure.

E così, del vecchio “Camin” (che ci lasciava venticinque anni fa) è rimasto ben poco.
Come succede ai giornalisti, che scrivono talvolta articoli memorabili, ma che conoscono il loro destino: i mercati generali della mattina seguente, quando con i giornali ci si incarta l’insalata della Signora Maria.
Scrivere libri, magari, potrebbe dare il senso (e l’illusione) di qualcosa di più solido, che possa rimanere… Ma Caminiti, libri non ne scriveva.
Preferiva stare sul pezzo: giornalmente, su Tuttosport, e settimanalmente, sul Guerin Sportivo, che a quei tempi erano due signori giornali. Io mi ricordo quella favolosa rubrica che si chiamava “Tecnica e sentimento”, e che leggevo avidamente tenendola per ultima, come si fa a tavola con il cosiddetto “boccone del prete”.

Niente a che vedere con Gioann Brera, che di “Camin” era più ricco e lussureggiante.
Brera era torrenziale: scriveva di atletica, di calcio e ciclismo senza lasciare un solo aggettivo per strada: scriveva di popoli celti e di condottieri antichi, di Maspes e di baccalà in umido, di vini rossi e di Riva-Rombodituono.
Camin era meno “oceanico”. Però, era più “poeta”: cesellava il verbo e faceva tinnire l’aggettivo, fino a quando non uscivano fuori i suoni e i colori a lui graditi.
Per farlo, si faceva bastare e avanzare il pallone, concedendosi giusto qualche digressione sulla sua Palermo degli anni 30 e sul padre violoncellista, virtuoso di Dvorak. Poi, i polpastrelli cambiavano direzione, e suonavano un’altra musica: il turno di campionato e soprattutto la Juve, della quale rimarrà perdutamente innamorato fino alla fine.
Gli piaceva da morire Beppe Furino: Palermitano (anzi, “Panormita”) come lui. Ma, in fondo, tutto ciò che profumava di Juventus aveva il potere di affascinarlo, fino all’ipnosi. E allora, dava il meglio di sé nelle pagine della nostalgia: e risultava insuperabile nel ricordare Boniperti e Sivori, John Hansen e Parola. Ma anche Nyers e Lorenzi, e il Grande Torino di Mazzola.. Perché un articolo scritto con il cuore –diceva- è come un bicchiere d’acqua fresca per un assetato.

Non aveva un carattere facile, Camin.
Chi l’ha conosciuto, ne parla come di un tipo diffidente ed egocentrico. Narcisista (come tutti gli artisti) e permalosissimo; raccontano di quando Paolo Di Canio si presentò ad una conferenza stampa, e rispose alle domande con sufficienza, senza nemmeno togliersi gli occhiali da sole. Camin, uomo all’antica, la prese per una plateale mancanza di rispetto, quale effettivamente era: gli fece un cicchetto memorabile e se ne andò.
Da allora, il suo voto a Di Canio non andò mai più oltre il cinque e mezzo: nemmeno di fronte alla prestazione più sontuosa.

L’ultima, struggente immagine di Vladimiro Caminiti è quella di un uomo ormai devastato dal male che sale a fatica gli scaloni del gigantesco Westphalen Stadion di Dortmund: sà di essere ormai arrivato al capolinea, ma non per questo rinuncia a vedere il trionfo della sua Juve. Che quella sera, infatti, batte il Borussia 3-1 e vince la Coppa Uefa.

E si merita l’ultimo pezzo del Camin.
Bello e commovente, come può esserlo una dichiarazione d’amore alla donna della tua vita.
Che non rivedrai mai più.

Se ne andrà tre mesi dopo.FB_IMG_1536155016660

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