Tag

, , , , ,

L’impressione era che a fare gli arbitri fossero buoni tutti, in quei tempi lì:
Bastava avere un pò di passione, e capire di calcio il minimo indispensabile; giusto per distinguere la punizione “di prima” da quella “di seconda”. Poi bisognava avere un pò di pelo sullo stomaco, e soprattutto autorevolezza… Come il prete, o il Maresciallo dei carabinieri quando venivano chiamati ad arbitrare Scapoli-Ammogliati.
E non volava una mosca.

Bastava quello, perchè il calcio andava piano. E consentiva una carriera più che decente anche a chi di atleta aveva poco o niente, tipo gli arbitri di allora. Personaggi anche loro, ovviamente: che vestivano esclusivamente il nero ed avevano il cognome declinato insieme alla città di provenienza. Michelotti da Parma, o Serafino da Roma… Lo Bello da Siracusa, ovviamente, e poi quelli con i nomi più evocativi: come Trinchieri, che veniva utilizzato per quelli che alzavano il gomito. Robe tipo: “Ohè.. Ieri sera al veglione sembravi l’assistente dell’arbitro Trinchieri da Milano?” (ma anche Barbaresco da Cormons andava benissimo).
Infine, Cinciripini da Ascoli. Che era il massimo.

Gigi Agnolin da Bassano del Grappa fu uno dei primi “arbitri-atleti”; di quelli già proiettati verso il calcio muscolare che stava arrivando.
E insieme a Casarin, il miglior arbitro del mondo per almeno un decennio; Precursore di quella scuola italiana che da allora non ha più smesso di produrre “fuoriclasse”, affermandosi nettamente (almeno loro) come la migliore del mondo.
Casarin era stempiato, e aveva un che del ragioniere. Arbitrava con il buonsenso, dispensando sorrisi e fu il primo a usare il “tu” con i calciatori, sentendoli finalmente “colleghi”. Fu un piccolo choc, perchè all’epoca le distanze erano più ampie, e si usava un civettuolo “lei” persino con i giovanissimi.
Agnolin, invece, era un duro. Teneva in pugno le partite con severità ed intransigenza, e quando le squadre entravano in campo, si capiva subito chi era che comandava. Ricordo un litigio memorabile con Bettega, che era il leader della potentissima Juventus di Boniperti: “zitto, o ti faccio un culo così”, gli sibilò quell’inflessibile arbitro. La cosa finì sui giornali, e vi lascio immaginare lo scandalo. Ne nacquero polemiche infinite.

Ma Agnolin era un tipo così: prendere o lasciare.
E il calcio del’epoca, alla fine, fu “costretto” a prenderlo. Perchè era davvero il più bravo di tutti, ed aveva un prestigio altissimo, anche a livello internazionale. Ai Mondiali dell’86 toccò a lui la partita più difficile del decennio: l’ottavo di finale tra Argentina e Uruguay che nessuno se la sentiva di arbitrare. Se le promettevano da tempo, le due antiche rivali, ed avevano una voglia matta di regolare sul campo alcune pendenze mai sopite, come succede al Palio di Siena quando escono contemporaneamente il Nicchio e il Montone.
Fu, quella, una specie di tesi di laurea per Gigi Agnolin. Che ribaltò la situazione da gran campione; e trasformò una gara a coefficiente difficoltà massimo in una specie di trenta e lode internazionale.

Ho avuto modo di conoscerlo, Agnolin.
A Gaiole in Chianti, dove Giancarlone Brocci l’aveva coinvolto nel giro de “L’Eroica”; e dove lui mi sembrò completamente a suo agio, stretto in mezzo tra quella gente irresistibile che mescola amicizia e buon vino: malinconie e vecchie biciclette da corsa. Ricordo che fece l’elogio del mio “colpo di tacco” (che ero andato lì a presentare ), regalando un paio di aneddoti sul Socrates calciatore, che aveva avuto modo di arbitrare molte volte.

Quando, alcuni mesi fa, volli inviargli i miei saluti, Giancarlo Brocci storse la bocca: “non sta molto bene, sai…”
E mi dispiacque molto.

Ti sia lieve la terra

42828735_540185883105785_8720188473207685120_n
Annunci