Borussia Monchengladbach. Nome difficile e gagliardo, che con una certa delusione apprendemmo poi che voleva dire semplicemente “ruscello della quiete dei Monaci”.

Quale Borussia?”, chiese una volta il Parri ad un giovanissimo Alessio Magliozzi che in diretta stava magnificando le gesta del Dortmund .
Per lui di Borussia ce n’era uno, ed era quello lì: giallo e nero, nella sua tana urlante del Westphalen Stadion sempre gremito e che nel 98 aveva anche scippato alla Juventus una Coppa dei Campioni che pareva già vinta (succedeva spesso, in quegli anni).
Ma la domanda del vecchio Mario non era sbagliata. Perché per noi di una certa età il Borussia vero, quello autentico è “quell’altro”…. E stasera lo vedremo contro la Juve.

Borussia Monchengladbach.
Nome difficile e gagliardo, che con una certa delusione apprendemmo poi che voleva dire semplicemente “ruscello della quiete dei Monaci”. E un po’ ce ne dispiacque, perché all’epoca di pallone non se ne vedeva poi molto (quello internazionale, quasi mai) e il nome roboante di una squadra (o di un campione) contribuiva ad accrescerne la leggenda. Non per niente ammiravamo il portiere Tomaszewski o lo stopper Schwarzenbeck, che nessuno aveva praticamente mai visto all’opera ma con quel popò di nomi dovevano essere bravi per forza.

Quel Borussia popolava i nostri sogni di fanciulli perché ci sembrava proprio una cosa “extra-strong”. Perchè vinceva campionati a ripetizione in Germania e vestiva una bella maglia bianca con la riga verticale verde e nera. Era la squadra del feroce Vogts, che non sentiva ragioni e picchiava democraticamente tutti (persino Crujff) e dell’attaccante Heynckes, che segnava sempre (poi è diventato paonazzo, e ha fatto anche l’allenatore al Bayern).
Poi c’era Rainer Bonhof che era il dio delle punizioni: una castagna secca e potente che noi cercavamo di imitare al campetto del prete (“questa la tiro io, perché io sò Bonhof”) ma con il SuperTele non era mica facile. E anche Kleff, uno dei portieri più brutti mai apparsi nel football mondiale. Soprattutto, il Borussia Monchengladbach era la squadra di Netzer, una leggenda per quei tempi… Che (si diceva) litigava sempre con Beckenbauer “perché loro due sono i più forti, e ognuno vuole fare il capo” e aveva il 46 di piede, però era un campione immenso.
Poi c’era Allan Simonsen, l’imprendibile topolino danese che giocava ala ed era il più simpatico tra tutti quei Nibelunghi e (ma solo qualche anno più tardi) anche il famigerato Stielike, il cattivo per eccellenza… Il corrispettivo nel calcio di Erik Von Stroheim nella cinematografia.

Che nostalgia, vecchio Borussia…. E che ricordi…L a “partita della lattina” e il Toro che finisce in nove con Ciccio Graziani in porta, in una partita drammatica.
Stasera forse sarà un’altra musica, perché i tempi sono cambiati, e anche loro si sono fatti un po’ vecchi. Così vecchi e ridimensionati che il Dortmund gli ha scippato pure il nome.
Però, a quei tempi, con loro ne buscavamo abbastanza regolarmente, e io me lo ricordo bene.
Ma lo davamo quasi per scontato.
Come facevi a vincere con una squadra che si chiamava Borussia Monchengladbach?FB_IMG_1538861385115

Un commento

  1. In effetti le partite delle coppe europee di quell’epoca lasciavano segni indelebili nell’immaginario delle persone, forse anche perché erano eventi tutt’altro che frequenti ed accessibili come invece lo sono banalmente adesso comprando un qualunque pacchetto pay per view: il Borussia Mönchengladbach aveva una vera e propria aura di invincibilità per me ragazzo, come il Real od il Barca di questi tempi, anche se nella sua storia la squadra tedesca non avrebbe vinto che poco e punto inanellando più annate storte che annate buone. Era proprio tutto e solo in quel nome impronunciabile per chi ancora non aveva cominciato con le scuole medie lo studio delle lingue straniere, ti faceva pensare ad atleti invincibili, a energumeni che popolavano il Walhalla, ai Teutoni, agli Alemanni. Forse il 7-1 della lattina sulla capoccia di un fragilissimo Boninsegna (centravanti di per sé dal fisico tosto e dai modi arcigni) fu un atto scellerato contro le potenti divinità del pallone. E sono cose che non lasciano intonso il corso del destino: si chiama potere della suggestione, e forse non è solo una sciocchezza.
    Tifoso dei viola, ricordo personalmente con una sensazione assimilabile all’orrore una partita di Coppa Uefa della metà degli anni ’80 contro il Boavista Porto, nello sciaguattio torbido delle acque agitate di quel medio-evo pontellianio cui non sarebbe seguito alcun rinascimento: un turno ritenuto abbordabilissimo, perché le squadre portoghesi erano a buon diritto considerate molli in tutto, anche nella volontà di passare ai sedicesimi della Coppa Uefa. Cristiano Ronaldo ancora forse aveva da dire le prime parole, i giocatori portoghesi di richiamo si chiamavano quasi tutti Joao Pinto ed erano eterne promesse mai mantenute, per lo piu’ attaccanti che non vedevano la porta. Oggi quel match avrebbe avuto un sapore prossimo a quello di un turno preliminare di Europa League dall’esito poco incerto. Una partita, cioe’, inguardabile da chi non fosse stato coinvolto emotivamente. Il pronostico pendeva tutto dalla parte dei viola, anche se la Fiorentina non attraversava effettivamente un momento brillantissimo, ancora appesantita del fardello delle vecchie glorie del mondiale spagnolo e con qualche autentico pezzo di porcellana del servito della nonna in vetrina: primi fra tutti un Aldo Maldera già pensionando (all’epoca la carriera dei giocatori era più breve di quelle dei calciatori odierni) ed anche un Bersellini in panca fresco reduce da una delle poche vittorie in carriera (Coppa Italia con la Samp). Nella prima partita a Firenze era andata benino, un 1-0 facilmente difendibile in terra lusitana, ma una prestazione più che scialba dei viola nel ritorno consentì il solito golazo che ci costrinse ai supplementari. Ricordo ancora il brivido di precognizione quando il Sergente di Ferro alla fine del secondo supplementare fece segno a Maldera di scaldarsi, probabilmente per inserire un giocatore di esperienza (forse troppa) da giocarsi nella “lotteria dei calci di rigore”: il terzino goleador dell’era Liedholm si applicò diligentemente nel seguire la direttiva del suo allenatore, da vero professionista, lui che era una vecchia gloria del calcio italiano e poteva pure tirarsela un po’ di piu’; ma probabilmente si confuse come una donna anziana insicura nella deambulazione per l’osteoporosi in quegli spazi di per sé ristretti a bordo campo di uno stadio “do Bessa” ormai divenuto una bolgia, e cadde rovinosamente inciampando con mossa geriatrica nel secchio lasciato in giro da un massaggiatore. La Fiorentina fu eliminata ai calci di rigore. Io pensai che forse se Maldera si fosse infortunato più seriamente e non fosse subentrato a nessuno, magari i rigori avrebbero avuto un esito diverso (lui stesso avrebbe sbagliato il suo, come quasi tutti i suoi compagni del resto). Ma compresi con certezza la valenza tragicomica di quel frangente così ridicolo e così poco calcistico diffuso in eurovisione, e quanto quell’episodio sarebbe stato premonitore del disastro imminente. Per quella partita, e purtroppo anche per gli anni a venire cosi avari di soddisfazioni e di successi. Suggestioni, sono solo suggestioni, è chiaro.

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