In quel bambino di Buenos Aires, invece, c’è “sentimento”.

Non so quanto sia vera la foto del bambino che vende i giocattoli per pagarsi il biglietto di Boca-River. Di sicuro, abbiamo fatto tutti il tifo per lui.
Perché raggiungesse la cifra necessaria; o, semplicemente, perché ne abbiamo ammirato la fantasia e la scaltrezza.
Noi, a quei livelli lì, non ci arriviamo mai.
Scene del genere si possono vedere a Napoli, che infatti è la città più Sudamericana che abbiamo; ma solo se il Napoli Calcio vince.
Anche loro, quando non se la passano bene, ne portano venti-trentamila scarsi al San Paolo.
E allora non si può parlare di “sentimiento”.
O, magari, ha solo trovato un modo simpatico per chiedere l’elemosina.
E se fossi passato di lì, vi giuro che non avrei resistito. Come davanti a quei tipi sulle piazze che tirano fuori versioni incredibili di “Smoke On the Water”, servendosi dei barattoli vuoti.

Ai miei tempi, la Libertadores era un’entità abbastanza inafferrabile. Aveva il fascino di quelle cose lontane, e solo immaginate: il Guerino ci raccontava di squadre dai nomi favolosi che picchiavano in maniera selvaggia: l’Estudiantes, il Penarol, l’Independiente di Avellaneda.
Ne facevamo la conoscenza nella famosa “Coppa Intercontinentale”, che all’epoca metteva di fronte le due migliori al mondo, in quello che avrebbe dovuto essere una specie di giudizio di Di. Ma anzichè incontri celestiali, ne uscivano fuori robe da autentica macelleria… La grande Ajax e il Bayern di Beckenbauer, per esempio, si rifiutarono persino di giocarla.

Non sapevi a cosa andavi incontro perché il Sudamerica è una terra che contiene di tutto, e forse proprio per quello ci appare talvolta così affascinante. Ed il calcio (che laggiù riveste un’importanza sociale a volte spasmodica) ne riflette fedelmente le caratteristiche che si trovano nelle strade di tutti i giorni.
La violenza belluina e, poco più in là, il racconto che ti commuove. Il bel gesto e la rissa dove ci scappa il morto: il santo, e l’ubriacone. La leggenda, e la corruzione.

A me piaceva sentirmi raccontare del “Gasometro”: e del popolo del San Lorenzo de Almagro (la squadra di Papa Francesco), che non avrà mai più la sua casa. Della statua di Gardel, in prima fila al “Cilindro”, dove gioca il Racing, con la sua leggenda nera.
Sono cresciuto con la“V azulada” del Velez e il Globo dell’Huracan, dove giocava il piccolo Houseman, detto “El Loco”. Che era un soprannome molto comune, e tutte le squadre ne avevano uno: “El Loco” Gatti, per esempio, e più tardi, “El Loco” Bielsa. “El Mariscal” Perfumo, “El Matador” Kempes. E Ricardo Bochini, “El Profesor”… Davanti al quale si metteva sull’attenti anche Maradona.

E poi, gli operai delle fazende. Che lavoravano con la camicia bianca: e quando staccavano, e veniva il momento di giocare a pallone, undici di loro si sfilavano il fazzoletto rosso che avevano in dotazione e se lo legavano alla vita. Per distinguersi dagli altri.
La maglia del River Plate nacque così. Fu un omaggio a quei pionieri (molti di loro, Italiani) che per primi presero a dare calci ad una palla, in quel continente lontano.
Un mercantile battente bandiera svedese, invece, regalò il gialloblu al Boca Juniors: e da allora, dicono da quelle parti, anche il buon Dio è diventato un loro grande tifoso.

Io non ho mai capito se i Sudamericani raccontino storie vere..
O magari, come quel bambino che vende giocattoli, sono solo leggende a uso e consumo degli allocchi come me.

Ma nel “sentimiento”, d’altronde, si mescolano tante cose… Difficile distinguere il bianco dal nero. Il vero dal falso, il bello dal brutto.

Credo che ne verrà fuori una partita storica.
Di quelle che racconteranno i Premi Nobel.
Mi piacerebbe esserci.

46785156_1771551386290289_4799007168751730688_n