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Si parte da Perugia, che è comunque città molto particolare.

La classica perla dell’Italia centrale: un po’ periferica, un po’ altezzosa. A volte vanitosa nel pavoneggiarsi nella sua effettiva bellezza.

Perugia è città vera. Anche per numero di abitanti.

L’università le toglie quel velo di provincialismo tipico di questi luoghi: il sistema di scale mobili che ti trasportano fin dentro la Rocca Paolina e il recente “MiniMetro” ne hanno snellito la viabilità del centro storico, con un’idea moderna e rivoluzionaria che ha impressionato persino i Giapponesi.

Perugia bella, e vivibile. Anche ricca, grazie alla laboriosità e soprattutto a quella parsimonia tipica degli Umbri, che non entrano nelle barzellette solo perché il posto è già stato occupato dai Genovesi.

A Perugia ci organizzano eventi niente male che cadenzano l’attività culturale durante l’anno e ne vivacizzano la qualità della vita: in primavera, il Festival del Giornalismo, intuizione favolosa che richiama tutti i massimi esperti della comunicazione mondiale. In estate, la suggestiva kermesse di Umbria Jazz, in autunno le tentazioni di Eurochocolate… Manifestazioni di respiro internazionale su un palcoscenico d’eccezione; ovvero, quei sette-ottocento metri che separano lo storico Hotel Brufani da Piazza IV Novembre, attraverso Corso Vannucci e la Fontana Maggiore (quella che gli Inglesi volevano smontare pezzo per pezzo per rimontarla identica a Londra).

 

Perugia bella e un po’ sconosciuta, quindi. Infastidita quando il telegiornale se ne occupa solo per la cronaca nera. Orgogliosa di sé e del proprio fascino.

Orgogliosa anche della propria squadra di calcio: “Il Grifo”, maglie rosse che più rosse non si può (Perugia è citta di sinistra, e “Armata Rossa” è il nome del gruppo Ultras più rumoroso) e sul petto, il Grifone rampante. Quell’animale mitologico metà leone, metà aquila, che da sempre illustra la fierezza della città e la sua dignità comunale.

 

Il “Grifo” (inteso come football) esplose calcisticamente negli anni 70, dopo un l8ungo e abbastanza anonimo vivacchiare tra la serie B e, più spesso, la serie C.

Fu l’accecante exploit della Ternana di Corrado Viciani (una specie di Rinus Michels in salsa aretina) ad innescare il “big-bang” del calcio umbro. Quella piccola regione che per la prima volta conosceva i fasti della Serie A conobbe una specie di cortocircuito: d’altronde, l’Umbria è anche “terra di mezzo”; schiacciata tra la Toscana granducale e il Lazio papalino che nei secoli ne hanno fortemente condizionato e influenzato la storia.

Le “Fere” rossoverdi furono una novità sensazionale. Un fiore all’occhiello da esibire in faccia al mondo, la testimonianza più viva di un pezzo d’Italia che stava facendo passi da gigante (anche economici) e cominciava a vestirsi di abiti buoni, anziché rattoppati.

La Ternana ballò una sola estate. Il suo “gioco corto” fu, in realtà, poco più di un mordi e fuggi. Ma l’Italia è pur sempre terra di campanili, e quel seme germogliò: si capiva che lo sport poteva essere il terreno ideale dove collaudare un’effettiva eccellenza cittadina e misurarla con quella proposta dai rivali dirimpettai.

La Ternana conobbe un rapido declino: Il “Grifo”, invece,  aprì le ali e spiccò il volo.

 

Pensate che la città, all’epoca, non aveva neanche uno stadio adatto per la serie A. Il Perugia disputava le proprie gare interne al mitico “Santa Giuliana”, un meraviglioso “fortino” incastonato nel bel mezzo del centro storico. Roba forte, ma un tantino antistorica: come immaginarsi un San Siro dalle parti di Piazza San Babila o lo Stadio Olimpico di Roma in Via dei Fori Imperiali.

Le esigenze di una squadra sempre più competitiva  solleticarono le ambizioni della città, e in tempo di record fu individuata la zona (Pian di Massiano, uscita superstradale di Ferro di Cavallo, perché i perugini sono strani anche nei nomi), furono espropriati i terreni e costruito il nuovo stadio, dedicato obbligatoriamente al povero Renato Curi, generoso mediano di spinta che morì sul campo durante un drammatico Perugia-Juventus.

 

Il Perugia “entrò in geografia” (splendida definizione di Gianni Brera, che la rubò ad un cronista sudamericano) nell’anno di grazia 78-79.

Fu una stagione memorabile: talmente memorabile che fino a qualche anno fa ogni bar della città si sentiva in dovere di esibire il poster della squadra.

Di quei poster, adesso, non se ne vedono più: un po’ perché è proprio cambiata la filosofia stessa del bar (che infatti si chiamano lounge, disco-pub, e hanno le luci soffuse e la musica in sottofondo): molto perché il calcio non permette più intrusioni di quel genere, ed il Perugia dell’imbattibilità (e il Vicenza dei miracoli, e la Lazio di Maestrelli, e il Cagliari di Riva) sono fenomeni belli, ma assolutamente non più riproducibili.

Squadre che partivano con l’idea di una salvezza tranquilla e, alla fine, lottavano punto a punto per la vittoria di uno scudetto, che nel caso del Perugia sarebbe stato fragoroso e pazzesco.

Ma non immeritato.

Anche se a quel Perugia, riavvolgendo il nastro del film, mancò probabilmente la forza e la rabbia necessaria per tendere anima e corpo a quello storico traguardo: questione di mentalità e di abitudine, magari… A un certo punto fu come se subentrasse una specie di inconscio appagamento, e quella squadra che aveva sbalordito il calcio italiano con la sua irriverenza, si “imborghesì” domenica dopo domenica. Ci si accontentò dei molti pareggi che  garantirono l’imbattibilità (record storico) ma non i punti necessari per sorpassare il Milan del barone Liedholm lanciato alla conquista della stella.

Alcuni infortuni decisivi (Vannini e Frosio) fecero il resto, e il magnifico Perugia, alla fine, seppe persino accontentarsi.

Il Grifo partì a razzo.

Castagner ne aveva disegnato le coordinate di squadra da corsa ma soprattutto da battaglia. E occhio a non farvi ingannare: sbaglia chi pensa (a tanti anni di distanza) che quella fosse una formazione “olandese”, che viaggiava ai cento all’ora.

Era, al contrario, la classica squadra “di mestiere”, costruita più sulla robustezza che non sulla velocità… E sull’orgoglio di quei calciatori che nelle grandi squadre avevano parzialmente fallito, o non vi trovavano più posto.

Fu infatti la difesa, il vero architrave sul quale poggiava l’impianto tattico del Perugia dei miracoli: una struttura in ferro e cemento composta da un portiere sveglio e reattivo (Malizia), da due marcatori implacabili (Nappi e Ceccarini, che menavano molto e fluidificavano poco), un guerriero di antico pelo (Della Martira) e un condottiero carismatico (Frosio).

Poi, un centrocampo senza troppi fronzoli, con la misura di Paolo Dal Fiume, il motore sempre acceso di Butti e il magistero lucido e sostanzioso di Franco Vannini, il Capitano. Più avanti, uno splendido Salvatore Bagni che si segnalò come uno dei giovani più talentuosi (e meno disciplinati) e l’intuizione di Casarsa, che Castagner seppe inventare “falso-nueve” in grande anticipo sui tempi.

Ciliegina sulla torta, l’annata monstre di Walter Speggiorin, che esibì un repertorio realizzativo di grande completezza, rimasto inespresso nelle sue precedenti esperienze a Napoli e a Firenze.

La vittoria a Torino, sulla Juve ammaccata dai fasti del Mundial argentino, pose il Perugia in vetrina già dalla quarta giornata.

Se mi è consentito un ricordo personale, Perugia-Ascoli di quel campionato fu la prima volta in assoluto che misi piede in uno stadio: ricordo nitidamente un entusiasmo palpabile, un pubblico focoso ma corretto, la netta sensazione di una squadra che viaggiava a velocità doppia rispetto alle avversarie (il pur bravo Trevisanello, stretto nella morsa Butti-Dal Fiume, fece la figura dell’orso nel tiro a segno, e alla fine  rimediò pure la classica espulsione del frustrato).

Il big match con il Milan arrivò in un freddo pomeriggio di dicembre , e ne disvelò definitivamente le ambizioni: lungi dall’impressionarsi in un San Siro gremitissimo, il Grifo passò in vantaggio già al terzo minuto, e se lo tenne stretto per almeno un’ora di gioco efficace e brillante. Solo al 65°, il Diavolo riuscì a venirne a capo con Dustin Antonelli, e se ne tornò a casa benedicendo un pareggio che lo mantenne in testa alla classifica.

Lo spartiacque decisivo si registrò in febbraio, quando il campionato intravide il suo sprint finale. Nel 2-2 casalingo con l’Inter, il Perugia giocò una partita memorabile, mettendo in mostra una ferocia ed un carattere che gli permise di rimontare lo 0-2 che Muraro e Altobelli avevano confezionato dopo appena mezz’ora. Il pareggio disperato del terzino Ceccarini a tempo scaduto fece tirare un sospiro di sollievo ai 30000 (!) del Curi e alla loro imbattibilità mantenuta: il grave infortunio a Capitan Vannini, che quel pomeriggio ci rimise tibia e perone (e probabilmente la carriera) fu quasi un segnale di resa.

Privato del suo leader assoluto, il Grifo inanellò una serie di pareggi fino al redde-rationem con il Milan, fissato per l’8 aprile. E il Milan, ormai lanciatissimo, legittimò uno scudetto per metà già cucito sulle maglie, trovando al Curi il punto che era venuto a cercarsi.

Fu un pomeriggio di sole quasi estivo, con due lampi: il vantaggio rossonero su rigore di Stefano Chiodi (che quell’anno non ne falliva uno) ed il subitaneo pareggio di Casarsa (sempre su rigore). Casarsa aveva un modo assai originale di calciare dal dischetto: si piazzava sul pallone, praticamente senza rincorsa, e da fermo spediva bolidi di rara precisione (anni dopo lo imiterà Beppe Signori)… Nella mia memoria di bambino (c’ero anch’io, quel pomeriggio, perché così volle ricompensarmi il babbo per un bel voto a scuola) la faccia sconsolata di Ricky Albertosi che si china a raccogliere il pallone in fondo alla rete, sottraendolo alle grinfie degli allupati Perugini.

Così come è vivido il ricordo, al fischio finale, dei bandieroni rossoneri con la stella già cucita: in barba alla scaramanzia e alle ferite ancora aperte della Fatal Verona, dove il Milan aveva sventolato le stesse bandiere, e poi aveva perduto uno scudetto che si sentiva già in tasca.

Rimase l’impresa del Perugia. Non più replicata, come succede quasi sempre.

Svanito l’effetto sorpresa, l’anno successivo fu un mezzo flop, nonostante l’acquisto di Paolo Rossi (in leasing). Appena due anni dopo, il Perugia dei miracoli finiva mestamente in serie B.

Sono, queste, le classiche parabole delle cosiddette “piccole”, che hanno il loro momento di notorietà per poi fatalmente rientrare in un cono d’ombra… La stessa storia che possono raccontare il Padova, la Spal, la Triestina o il Cesena.

Di certo, quel Perugia fu davvero una gran bella intrusione: replicata, pur con le dovute proporzioni, un ventennio dopo, grazie alla gestione del discusso Luciano Gaucci. La squadra dei calciatori presi a niente e venduti a molto (Rapajc, per esempio. Ma anche Nakata), dei due eroi di Berlino 2006 (Materazzi e Grosso), e di Serse Cosmi, il tecnico fatto in casa (Cosmi è nato a Ponte San Giovanni, che è come dire la Bicocca o Quarto Oggiaro per Milano).

Ma non sono lontani i tempi che il Grifo tornerà alla carica, perché Perugia è città ricca e ambiziosa: soprattutto ha grande civiltà sportiva, come dimostra l’attuale vetrina del volley con la Sir Safety.

Il football tornerà… Oh, se tornerà.

Perché Perugia è città bella.

Come la Fontana Maggiore di Giovanni Pisano, davanti al Palazzo dei Priori.

Talmente bella che fece innamorare gli Inglesi.

AC_Perugia_1977-1978

 

 

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