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Ballarono una sola estate.
Forse anche meno.

Però, avevano la maglia arancione: e a noi, questo, bastò.
Perché di maglie arancioni, mica se ne vedevano tante, in giro. E tutte le scuse erano buone per replicare le suggestioni dell’Olanda della nostra giovinezza; che non era più quella grandiosa di Crujff del 74: semmai, quella più socialdemocratica che ci aveva fatto fuori da Argentina’78. Meno Olanda, ma pur sempre arancione: da poter vantare i poderosi gemelli Renè e Willy Van de Kerhof.

La Pistoiese ballò una sola estate, dicevamo.
Ce la ricordiamo in quella formazione abbastanza improponibile che veleggiò discretamente, prima di inabissarsi, nel meraviglioso campionato 80-81; che fu il primo con gli sponsor sulle magliette ed il ritorno degli stranieri (uno per squadra). Del duello rusticano Juve-Roma, e del gol annullato a Turone: grazie al quale il neonato Processo del Lunedi, su RaiTre, cominciò a sbancare l’auditel, che allora si chiamava “indice di gradimento”.

La storia di quella Pistoiese che conobbe per la prima volta assoluta la serie A, fu singolarissima.
Ricordo che la seguimmo con l’entusiasmo e la curiosità che suscitano le novità assolute , specie se le novità esibiscono la maglia arancione.
Intanto, per una questione di campanile; perché sarebbe stata la prima volta assoluta di due squadre toscane in serie A (il Pisa di Anconetani arriverà dopo). E poi perché quella Pistoiese, per come fu costruita, fu una squadra assolutamente originale, e non si poteva restarne insensibili.
Lo straniero, intanto: che fu il famigerato Luis Silvio, e che costituì per molti anni l’archetipo del cosiddetto “fenomeno parastatale”, teorizzato su “Mai dire Gol” dalla Gialappa’s.
Erano anni genuini, quelli… Non esistevano né i social Network né i canali youtube: e questo Luis Silvio pare fosse un semplice barista di San Paolo del Brasile, con un tocco di palla appena accettabile. Che comunque bastò per convincere gli allupati dirigenti della Pistoiese ad ingaggiarlo, dopo averlo visto all’opera in una specie di calcetto estivo.

La “bidonaggine” saltò fuori fin dai primi allenamenti, e questo Luis Silvio non giocò praticamente mai.
In compenso, la Pistoiese partì più che discretamente: allenata da Lido Vieri, con la “supervisione” nientemeno che di Mondino Fabbri, il Giampiero Ventura dell’epoca: tristemente noto per essere stato il CT al quale si doveva la rovinosa sconfitta con la Corea, nel’66.
Ma quella di mettere insieme tessere improbabili, e costruirci sopra un puzzle da Serie A, fu la prerogativa di quella originale, memorabile Pistoiese: che aveva qualche giovane promettente (Benedetti, Paganelli, Agostinelli), un paio di indimenticati artisti (uno su tutti, il mitico centravanti Vito Chimenti) e per il resto assomigliava tremendamente al tristissimo “Reuma Park” di Aldo, Giovanni e Giacomo. Se non addirittura (ma è un’immagine oltremodo irrispettosa) ad un vero e proprio cimitero degli elefanti.
Campioni palesemente a fine corsa come Lippi e Frustalupi. O fuori tempo massimo, come Badiani, Bellugi o il povero Giorgio Rognoni… I migliori, alla fine, furono il portiere Mascella, dal nome rinascimentale (Poerio, si chiamava) e il terzino Sergio Borgo, che aveva 28 anni, ma in quel contesto così ostentatamente “geriatrico” passava per un giovanotto.

Io mi ricordo di quel pomeriggio freddo e favoloso, per la Pistoiese… Probabilmente, il punto più alto mai toccato dal Club e dai suoi tifosi, che riempirono il Comunale di Firenze (non ancora “Artemio Franchi”, che era vivo e vegeto) e vi vinsero la madre di tutte le partite.
Fiorentina-Pistoiese 1-2, e quel mare di bandiere arancioni che sventolarono su una Curva Ferrovia piena come un uovo, e poi in corteo per le strade di Pistoia, come fosse una vittoria della Nazionale.
I calciatori rientrarono in città, scortati e accolti come eroi. Alla “Domenica sportiva”, la Pistoiese risultò la squadra del giorno, e le dedicarono il servizio di apertura: per quanto visto a Firenze, si disse, quella squadra arancione poteva tranquillamente ambire ad una partecipazione in Coppa Uefa.

Invece, da lì in poi quella Pistoiese non ne vinse più una.
Letteralmente.
Si piantò, come un cavallo dispettoso. O, più semplicemente, come una vecchia automobile senza più un goccio di benzina; che in quel favoloso, freddo pomeriggio di Firenze aveva consumato tutto ciò che rimaneva nel serbatoio.
Fecero tre punti nelle restanti 17 partite. E fu inesorabilmente Serie B, nonostante le sei apparizioni del “barista” Luis Silvio e i nove gollastroni di Vito Chimenti, alcuni dei quali bellissimi.
Perché Chimenti era un calciatore geniale, a suo modo. Uno di quei talenti anarchici, di provincia: tipo Zigoni, o Vendrame. Ma anche Palanca del Catanzaro, e Montesano del Palermo.

E fu Serie B, nonostante le maglie arancioni.
Bellissime pure quelle.
Specialmente se hai quindici anni.

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