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Non erano tempi da “selfie”.

Erano tempi da “fotografia”, semmai.
E in questo caso ci voleva un fotografo e una macchina fotografica, che non si trovavano mica a tutti gli angoli delle strade.
Poi, ci voleva un po’ di santa pazienza, e aspettare che il fotografo in questione “sviluppasse” il rullino; un’attesa che durava qualche giorno, e poi finalmente la foto usciva.
In bianco e nero, magari: da esibire nella cameretta, ma anche nel salotto di casa. In quelle cornici un po’ barocche che poi diventavano ricettacoli di polvere.

Il bambino in questione è verosimilmente un tifoso del Milan.
Del Milan degli anni’70.
Quello con la maglietta rossonera a righe fini che ispirava Jannacci e la sua Vincenzina davanti alla fabbrica: con il Rivera che “ ormai non mi gioca più”, e lo“Sciagurato Egidio”: che un giorno sbaglia un gol colossale davanti porta e Beppe Viola, alla Domenica Sportiva, lo liquida così: “…Arriva Calloni, e sventa la minaccia”.

Nella foto in questione, il bambino si sta fotografando insieme a un impettito Chiarugi, che pare impegnarsi al massimo per assumere una posa consona.
In panchina, ad osservare la scena, c’è il grande Enrico Albertosi, il portiere di quel Milan. Che pare nascondere qualcosa tra le dita.
A occhio e croce, direi una sigaretta.
E la cosa, vi confesso, mi ha strappato un sorriso.
Perché l’ho trovata irriverente, ma anche ingenua… In linea con un personaggio che fu, in carriera, un tipo incredibile: portiere poderoso, tra i migliori della sua epoca, con mezzi fisici e tecnici da campionissimo. Ma anche con qualche piccolo segreto da nascondere: proprio come quella sigaretta gaglioffa, che gli spunta tra le dita.

Ricky Albertosi era una specie di Superman: campione d’Italia con il Cagliari di Gigi Riva e Vicecampione del Mondo a Mexico’70.
In più, era anche un bellissimo ragazzo.
Bello e sfacciato, come un divo del cinematografo. Allontanato da Firenze (così dissero le malelingue) proprio per quella sua intraprendenza da diciottenne con le pur attempate mogli dei dirigenti, che gli cadevano regolarmente ai piedi. Come successe, più tardi, anche a molte signore dell’alta borghesia milanese.

Non si resisteva, a Ricky.
Che in campo fu uno dei primissimi a indossare magliette rosse, o gialle, anziché il nero d’ordinanza; e a esibire un baffo alla Burt Reynolds (assai in voga, all’epoca) che ne accresceva il fascino. Unitamente ad un talento pazzesco che lo collocava di diritto tra i primi cinque-dieci portieri del mondo.

Noi, lo ammiravamo.
Albertosi era un tipo estroverso e volante, ma affidabile: la giusta via di mezzo tra la seriosità austera e un po’mistica del grande Dino Zoff e i voli spettacolari del Giaguaro Castellini… Quando uscirono le convocazioni per Argentina ’78, ci rimanemmo malissimo.
Perché preferire Bordon dell’Inter e Paolo Conti della Roma (!) a Ricky Albertosi era, effettivamente, da rotolarsi per terra.. Ma Bearzot guardava più lontano.
E fu anche per quello, che vincemmo a Spagna 82.

.Poi, arrivò il calcioscommesse, e fatalmente venne fuori anche quella sigaretta nascosta tra le dita. Unitamente a qualche altra cattiva abitudine che lo tolse praticamente dalla circolazione.
“Come se fossi stato l’unico…” commentò amaro, omettendo altri particolari per carità di patria.
Da allora, del grande Ricky Albertosi non se n’è più sentito parlare, o quasi.

Leggo che nel 2019 compirà ottant’anni.
Posso dire che la cosa mi fa sentire un po’ vecchio?FB_IMG_1546521989239.jpg

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