Come il Piloni della fotografia in questione, li vedevi quasi sempre con la tuta, piuttosto; a testimoniare la loro pressochè totale disaffezione con il campo

Gli dedicarono anche un spettacolo teatrale, a Massimo Piloni.

Un monologo di un certo successo che fece un po’ di clamore sui giornali, come tutte le idee un po’ strambe che nella loro stranezza trovano un senso, e un’originalità.
Venne fuori una cosa alla “Aspettando Godot”.
E il “Godot” si chiamava Dino Zoff, del quale Massimo Piloni fu la riserva per tre anni consecutivi, nella Juventus di metà anni settanta.

Piloni, all’epoca, rappresentava il secondo portiere per antonomasia. Quelli che vestivano il famigerato numero dodici ma che, nelle foto, raramente vedevi con la maglia e i pantaloncini d’ordinanza.
Come il Piloni della fotografia in questione, li vedevi quasi sempre con la tuta, piuttosto; a testimoniare la loro pressochè totale disaffezione con il campo e la grande dimestichezza con la panchina, alla quale erano perennemente relegati. Con la radiolina all’orecchio, magari, per informare sui risultati dagli altri campi.

Nomi pressoché dimenticati: Piloni, che era il più noto. Ma anche Moriggi, Sulfaro, Cazzaniga o Pellizzaro. Reginato, del Cagliari, e Pasquale Fiore del Napoli, che aveva una faccia poco raccomandabile.
Comunque, gente che non giocava mai.
Perché quello era un calcio con regole ferree, e non c’erano turn-over, o clausole di contratti che ti garantivano almeno qualche comparsata in Coppa Italia: c’era il “primo portiere”, che le giocava tutte , e poi c’era il “secondo portiere”, che vedevi solo nelle figurine Panini.

Se poi il primo portiere si chiamava Dino Zoff, beh… Avevi il destino segnato.
E quel famoso “Godot”, ti rassegnavi in partenza a non vederlo arrivare mai. Perché Zoff, oltre ad essere pera lmeno dieci anni uno dei migliori portieri del mondo, aveva anche un’altra caratteristica: era un prodigio di regolarità, e si permise il record (praticamente insuperabile) di 330 partite giocate consecutivamente, senza l’ombra di quegli strappi, contratture, distrazioni al soleo che oggi sono all’ordine del giorno.
Niente.
Zoff vinceva tutto quello che c’era da vincere, e Piloni lo osservava dalla panchina.
Con quella bellissima tuta azzurra della Juventus FC che poi toccherà ad Alessandrelli, e infine a Bodini: stessa tuta, e stesso destino infame di quelli che si macerano nell’attesa di Godot, e non lo vedono arrivare mai.
Anche se ad Alessandrelli, a dire il vero, una chance gliela concessero anche: nell’ultima giornata del campionato 78/79, con la Juve ormai fuori dai giochi che gioca al Comunale una partita semiamichevole con l’Avellino (già salvo). Ma l’emozione gioca un brutto scherzo al portiere di riserva, che nella mezzora concessagli incarta tre reti, e vanifica così il vantaggio di tre a zero che la Juve aveva fin lì maturato.
Morale: di questo Giancarlo Alessandrelli non se ne saprà più nulla.

A Massimo Piloni, invece, non concedono nemmeno una piccola passerella.
Ci terrebbe tanto a giocare almeno un’amichevole estiva: ad Ancona, che è la sua città, dove amici e parenti hanno comprato da mesi il biglietto per andarlo ad applaudire.
Zoff sarà abbastanza sadico da negargli anche quella piccola, innocua soddisfazione: “magari se la cava bene, e mi ruba il posto…”, pensa il grande campione (che ha il suo bel caratterino). E per non correre rischi, gioca novanta minuti filati.

E anche da questo si capisce perchè, in certi casi, è inutile aspettare Godotfb_img_1546607916451