Il poderoso Ameri, l’inconfondibile Ciotti (siamo cresciuti con il classico “Scusa Enrico… Vai Sandro…”

“Sembra solo ieri che la domenica… Ci si chiudeva in casa con la radio… Vedevamo le partite contro il muro, non allo stadio”.

Nessuno, più di Lucio Dalla, è riuscito a condensare in così poche parole il senso di “Tutto il calcio minuto per minuto”, che oggi festeggia il compleanno ufficiale.
Anche se poi la canzone finisce per parlare di tutt’altro: come quella altrettanto famosa di Claudio Baglioni, dove di calcio e di radio non se ne parla affatto. Anzi, ricordo che all’epoca ci rimanemmo anche un po’ male. Perché era il 1985, e noi ci saremmo aspettati che Baglioni parlasse di Maradona, o di Platini. Al limite, di Barbadillo, o di Prohaska. Oppure di Galderisi, o di Garella: che stavano andando a vincere lo storico scudetto con il Verona.

I versi di Lucio Dalla sono un po’ “claustrofobici”, e proprio per quello rendono molto bene l’idea di cosa abbia rappresentato la radio per tutti gli appassionati di calcio.
Dove c’entra la televisione che trasmetteva con il contagocce, d’accordo. Ma c’entra soprattutto che la partita ascoltata alla radio aveva un valore emozionale infinitamente superiore; un po’ per la fantasia che dovevi giocoforza sviluppare, e molto per la bravura dei radiocronisti, che raggiungeva talvolta altezze vertiginose.
Come la finale di ritorno della Coppa Uefa ’77 ; ed il ricordo nitido di una partita che, dentro quella radiolina a transistor, diventò drammatica, poi epica e infine addirittura insopportabile. Con Furino, Cuccureddu e Benetti che sembravano i poveretti della carovana sempre sul punto di soccombere ai Sioux che li hanno ormai circondati, e scagliano frecce avvelenate.
Non la dimenticherò mai.
Enrico Ameri, quella sera, diventò Michelangelo. E Bilbao-Juventus una specie di Cappella Sistina delle radiocronache, per dire la perfezione.

Ed è proprio in omaggio a quelle emozioni che il papà di Cosetta (la mia eroina de “L’amore ai tempi di Mourinho”) ho voluto immaginarlo incollato alla radio, anche quando la televisione ha giù preso campo.
Perché alla radio il gesto diventa più rotondo, più ricco.
Come “l’uomo solo al comando con la maglia biancoceleste” . Ma anche il banale “…Ecco l’’Inter che manovra all’altezza dell’asse mediana del terreno”, che trasforma un innocuo disimpegno in qualcosa di più importante.

Anzi, l”Internazionale”, più che l’Inter,
Perché alla radio sono sempre stati un po’ ridondanti: con quel lessico talvolta barocco che però non stuccava mai, anzi diventava addirittura linguaggio corrente: come gli “spalti gremiti”, il “terreno in perfette condizioni” e la “ventilazione inapprezzabile” (Sandro Ciotti, per dire che non si muoveva una foglia). Mentre nelle serate di coppa non mancava mai il “risultato da inquadrare nell’ottica dei 180 minuti”.

Il poderoso Ameri, l’inconfondibile Ciotti (siamo cresciuti con il classico “Scusa Enrico… Vai Sandro”), ma anche il garbato Provenzali e l’onnipresente Luzzi, che nel bel mezzo di Juve-Milan stava lì dieci minuti a descrivere il pareggio della Cavese a Pescara.
Bortoluzzi, da studio, che esordiva con “Gentili ascoltatori buongiorno, ecco i campi collegati…” e anche la Stock di Trieste: “per brindare, se la vostra squadra ha vinto. E per consolarvi, se ha perso”.

Altri tempi.

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