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L’arrivo di Diego, nel 1984, rovesciò la città di Napoli.

Accorsero in tanti, al San Paolo, solo per il gusto di vederlo palleggiare davanti a loro.
Perché si capì fin da subito che quel ragazzo moro e riccioluto, laggiù, sarebbe diventato ben presto l’uomo del destino.
E perchè si faceva davvero fatica a credere che il divino Maradona avesse scelto proprio Napoli: lì per lì sembrò davvero un Dio che si materializzava, e si faceva carne dentro un prato verde.
O almeno, questa fu la sensazione degli ottantamila di quel pomeriggio.
Ruud “Rudi” Krol, invece, arrivò a Napoli quattro anni prima.
Un arrivo più silenzioso e ovattato: con dinamiche diverse, ma con le stesse identiche finalità che porteranno poi all’ingaggio del “Pibe De Oro”: ovvero, quella di innestare su un albero abbastanza modesto una varietà di legno pregiatissimo.

E, per quanto strano possa sembrare, andò a finire che quel Napoli lì, con Guidetti e Vinazzani, con Musella e Claudio Pellegrini III°: quel Napoli poverello, ma magistralmente guidato da Rudi Krol, fece il pelo a vincere il suo primo scudetto.
Con qualche anno di anticipo sulla storia, e sul destino.

Lo scudetto lo vinse, invece, la Juve del Trap, al fin della licenza chiusa dal celeberrimo gol annullato a Ramon Turone. Seconda, la Roma zonarola del Barone Liedholm e terzo il Napoli, giustappunto. Che si ritrovò primo in classifica con le vertigini, quando mancavano cinque giornate dalla fine.
Poi, al San Paolo arrivò il Perugia già retrocesso: e per uno di quei misteri dolorosi (o gaudiosi, a seconda da quale parte si vedano) del gioco del calcio, finisce che il Napoli perde zero a uno. Autogol al primo minuto dello stopper Moreno Ferrario, che non ci sarà verso di rimontare nei successivi ottantanove: così, basta una dannata partita per far squagliare il sogno, perché la Juve riagguanterà la testa della classifica, e non la mollerà più fino alla fine.
Fu un “harakiri” in piena regola, ingiusto e doloroso. Qualcuno la prese con filosofia, e strizzò l’occhiolino: “Ohè… Anime belle… Pensavate davvero che il calcioscommesse fosse finito con la squalifica di Paolo Rossi?”.

Fu, quello, l’anno degli stranieri.
Che tornarono a popolare il nostro campionato, dopo stagioni di autarchia che avevano costretto il vecchio Sergio Clerici, detto “Il Gringo”, a rappresentare l’unica nota esotica presente nell’Album Panini.
Uno straniero per squadra:
una specie di “jolly” che qualcuno giocò bene (la Juve con Brady, per esempio, ma anche la Fiorentina con Daniel Bertoni), qualcuno così così (l’atteso Prohaska, che all’Inter non fece stravedere), e altri decisamente male; come l’esordiente Pistoiese, che acquistò il gelataio Luis Silvio credendolo una grande ala destra.

E poi ci furono gli stranieri bravi; quelli sui quali fu possibile costruire una grande squadra: tipo Falcao, che rovesciò la Roma come un calzino, ma soprattutto come “Rudi” Krol, colonna della Grande Ajax e dell’Arancia Meccanica del ’74.fb_img_1548332837415
Uno di quei calciatori come in Italia non si vedevano da tempo, e che seppe trasformare un Napoli poco più che modesta in una quasi pretendente allo scudetto.
Giocò partite memorabili, Krol, nonostante avesse più di trent’anni, che all’epoca erano una specie di inesorabile crocevia verso il declino. Ricordo una prestazione mostruosa in un Napoli-Roma dove mancarono le parole persino a Luigi Necco di 90° Minuto, che era un fenomenale inventore di aggettivi.
Quando, a fine campionato, fu premiato con il prestigioso “Guerin d’Oro”, si scoprì che la sua media-voto aveva polverizzato tutti i record precedenti. E venne in mente quella volta che chiesero a Gianni Agnelli le parole giuste per definire un campione: l’Avvocato ci pensò un attimo, e poi sorrise: “Il campione è quel tipo di calciatore che gioca quasi sempre bene, e qualche volta benissimo”, disse.

Questo, e non altro, fu il Ruud “Rudi” Krol: magnifico Olandese volante del Napoli 1980-81.
Che fu si un anno di grazia, ma un po’in anticipo sui tempi: non ancora maturi, evidentemente, per lo scudetto.
Che arriverà qualche anno dopo, come una favola al contrario: ed avrà il suo Principe Azzurro in un tipo piccolo,nero e bruttarello.
Almeno quanto il suo predecessore era apparso alto, biondo e bellissimo.

Ma Napoli è una città spettacolare. E contraddittoria.
E il football, in fondo, è bello anche per questo.

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