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Era magnetico, elegante e bello.
Se non bello, affascinante.

Aveva classe da vendere e, soprattutto, era ricco.
Il più ricco di tutti, nella fantasia della gente.
Che per almeno due generazioni ha sognato di assomigliare, almeno per un attimo, a Gianni Agnelli.
“L’Avvocato”.
La versione italiana più prossima al James Bond del cinematografo: con tanto di auto veloci e di belle donne, di battute fulminanti e di “orologio-sopra-il-polsino”, che divenne una specie di status, come il “vodkamartini-agitato-non-mescolato”.
L’erre moscia, of course. E la Juventus, che più di ogni altra cosa seppe regalargli quella popolarità che lo accompagnò fino alla fine.

Perché Agnelli ci giocava, ovviamente… Sul filo di quel “panem et circenses” che leggiamo sui libri di storia fin dai tempi degli antichi romani.
Il pane, elargito come datore di lavoro (il “padrone”) dell’azienda simbolo. E il circo, da proprietario della squadra più amata, nello sport più amato.

“Mi emoziono anche solo nel vedere la lettera J”, disse una volta. E fu proprio quel tratto vagamente infantile e un po’ plebeo, a renderlo infine simpatico.
L’Agnelli tifoso che dimenticava il suo status, e si abbassava al rango della gente comune: che soffriva per una partita difficile, applaudiva una bella giocata, si emozionava per una vittoria.
Come succedeva al fruttivendolo, al camionista e persino all’operaio della Fiat.
Ci lucrò molto, l’Avvocato, su questa passione, che però parve sempre sincera e autentica.
La Juve, in fondo, è pur sempre una specie di partito trasversale che conta oltre dieci milioni di persone. E’ “consenso” anche quello.
Anzi, verrebbe da dire che niente è più “consenso” di ciò che parla al cuore, e alla pancia delle persone: e in Italia vi viene in mente qualcosa più di cuore e di pancia dello sport, da Coppi-Bartali in giù?

Nulla riesce a smuovere la gente più di un avvenimento sportivo, che qui diventa immediatamente politica; in più, la Juventus ha anche il vizio di vincere spesso, e proprio lì risiede il suo segreto. Che vincendo, regala un pezzettino di gloria e di felicità settimanale anche al fruttivendolo, al camionista, all’operaio della Fiat e a tutti quelli che non sono Gianni Agnelli, e nella vita vincono poco..
Eccola, la chiave dei “Circenses”; e uno come l’Avvocato, forse, l’aveva capito prima di tutti.

Era un uomo speciale. Divertente.
Era divertente anche vedere il giornalista Franco Costa ansimargli dietro, con il microfono, a caccia di una battuta o di un semplice sospiro, che poi il giorno dopo finiva regolarmente in prima pagina: perché nulla faceva più notizia dell’Avvocato.
Spettava a lui, in qualità di padrone, l’ultima parola sull’acquisto dei calciatori più importanti: quelli alla Sivori, o alla Platini, per intendersi.
E raccontano di quella volta che, in incognito, andò a vedere un certo Lajos Detari, che i rapporti degli osservatori della Juve descrivevano come un prodigio.
L’Avvocato si sistemò in tribuna con il fido Boniperti, si accese una sigaretta e dette un’occhiata ai primi dieci minuti di quella partita: “Giampievo… Savebbe questo l’evede di Platini?”, sibilò.
Poi si alzò e imboccò l’uscita.FB_IMG_1548420934954.jpg

Non era un campione, infatti, quel Lajos Detari: che poi giocherà ( e nemmeno malaccio) nel Bologna.
Ma gli osservatori non l’avevano capito, in mesi e mesi di trasferte.
All’Avvocato, invece, erano bastati dieci minuti.

Ti sia lieve la terra

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