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La classe c’era, senza discussioni.

Il problema, semmai, era dove mettere l’accento.
Perché se la pronuncia corretta e universalmente riconosciuta era “Càusio”, con l’accento classico sulla “a”, usciva sempre fuori qualche intemerato che quell’accento lo piazzava sulla “u”.
E lo chiamava “Caùsio”. Con un effetto che a noi risultava fastidioso, se non addirittura urticante.
Uno era Gino Rancati, di 90° Minuto.
E l’altro era il povero Dino, al mio paese: che spergiurava di averlo sentito dalla stessa bocca di Causio, in una delle sue primissime dichiarazioni fatte alla tv.
Dino era un uomo intelligente, ma anche un po’ anticonformista: e quindi mi è sempre rimasto il dubbio che quell’ostinato “Caùsio” fosse, in realtà, la piccata reazione al “Càusio” che utilizzavano tutti gli altri.
Anni duri e un po’ ingenui, gli anni settanta. Anni di passioni forti, ma anche di accenti sbagliati.
Come quello di Enrico Berlinguer, il segretario del PCI: che qualcuno chiamava “Bèrlinguer”, e Bertolucci ci fece pure un film.

Causio fu uno dei simboli di quella Juve ormai lontana. La Juve di ferro, unica squadra italiana a reggere il colpo in un calcio che l’Arancia Meccanica di Crujff aveva letteralmente terremotato.FB_IMG_1549027002793.jpg
Era la Juve della nostra infanzia. Capitano, Beppe Furino. Che ricordo, nelle magiche notturne di coppa, scambiare i gagliardetti con quegli spilungoni tedeschi e olandesi.
E pioveva sempre a dirotto.

In quella Juve di sublimi randellatori, dove la maglia numero dieci (quella di Omar Sivori) toccava spesso a Romeo Benetti, i numeri di Franco Causio rappresentavano la luce che si accendeva. Con il dribbling per far partire l’azione, poi lo scatto per lasciare sul posto il diretto marcatore, e infine il cross. “Al bacio”, si diceva una volta: mentre oggi si dice “con il contagiri”.
Ad aspettarlo, c’era il guizzo spesso irresistibile di Anastasi, e poi di Boninsegna. Oppure il colpo di testa di Bettega, meraviglioso acrobata delle aree di rigore.
Un artista, il Causio della nostra giovinezza: la personificazione della classe, e dello stile. Con la grande attenzione al taglio di capelli, alla cura del baffo e alla scelta dei vestiti, rigorosamente di alta sartoria. Anche per quello diventò “Il Barone”, un soprannome che gli piacque da matti: perché era un uomo del sud, e un po’ vanitosetto per giunta. E ai titoli ci teneva eccome.

Io ricordo benissimo l’ultima grande annata del Causio calciatore: fu l’81-82, quando la Juve si invaghì degli estri lunatici di Domenico Marocchino e lo disfecciò senza troppi complimenti all’Udinese.
Dove, invece, disputò una stagione memorabile. E ogni stadio era buono per strappare applausi a scena aperta se non addirittura giri d’onore, al fischio finale. Come successe al grande Di Stefano, che concluse la sua carriera nell’Espanyol. E con quella maglia addosso, raccolse gli omaggi che il pubblico gli aveva ostinatamente negato finchè aveva giocato nel Real Madrid.

E fu proprio in virtù di quello spettacoloso campionato, che Bearzot lo volle tra i ventidue del Mundial di Spagna: concedendogli il cosiddetto “passo d’onore” proprio nella finalissima con la Germania.
Madrid, 11 luglio 1982. E se avrete voglia di leggere il tabellino, troverete scritto: Altobelli (dall’ 88° Causio).
Sono due minuti che, calcisticamente, non vogliono dire nulla.
Per noi che abbiamo visto giocare Causio, invece, vogliono dire tutto.

Auguri, Barone.

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