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Da ragazzo, consideravo una benedizione di Nostro Signore l’essere tifoso della Sampdoria.
Mi sembrava una cosa davvero speciale.

La stessa sensazione che dovevano avere i tifosi del Toro, o della Lazio, o della Fiorentina.
Moltiplicata per dieci, nel mio caso. 
Perché all’epoca la Samp era proprio una squadra di retrovia.

Trovavo elegante (ed esclusivo) spasimare per calciatori che si chiamavano Micio Orlandi, Genzano o Bistazzoni; non mi disturbava affatto cominciare la lettura della Gazzetta da pagina diciannove (quella della serie B), e il giorno che comprammo Redeghieri dal Lanerossi Vicenza mi sembrò l’acquisto del secolo.
Da ragazzi si era così.
Un giorno ascoltavo Marco Lorenzoni che, presentando un libro, raccontava le stesse, identiche sensazioni legate (nel suo caso) alla Fiorentina di Desolati e Sella. Di Gola e Zuccheri. Però, a differenza sua, non avvertivo la sindrome dell’indiano contro il cowboy: quel mix di “orgoglio-fatalismo-vittimismo” che diventa quasi lotta di classe e rende un po’ speciale la tifoseria viola (o quella granata).
Non avevo, insomma, padroni da combattere o cattivi da sconfiggere… La mia Samp mi bastava così com’era: piccola, lontana e affascinante.
Un piacere da delibare in perfetta solitudine; mentre al bar, quando segnava la Juve, succedeva il finimondo.

Tifarla era un privilegio.
Un privilegio il portiere Cacciatori che para un rigore a Rivera (poi, perdemmo ugualmente, ma vuoi mettere?). Un privilegio la prima visione del film “Il Tempo delle Mele”, seguito con la radiolina all’orecchio; rovinato da un certo Cozzella, che quel pomeriggio segna una doppietta e noi facciamo solo 2-2 con la Sambenedettese.
Un privilegio il primo derby visto, nel 79: 1-1, gol di Giorgio Roselli. 55000 spettatori in un Marassi pieno come un chicco d’uva, in barba a ogni legge sulla sicurezza.
E poi, c’era la maglia… Unica e irripetibile. E quei quattro colori che hanno tuttora il potere di ipnotizzarmi, anche se li vedo combinati su un tovagliolo al ristorante, o sulla bandiera di qualche Palio.

Oggi Alviero Chiorri compie gli anni.
Era il più bravo che avevamo, in quei tempi lì. E a me pareva addirittura impossibile che uno così bravo, potesse giocare con noi.
Perché se l’inarrivabile Pelè era Dio, il nostro “Marziano” (lo chiamavano così) doveva comunque sedergli abbastanza vicino… Pelomeno al posto del Figlio, o dello Spirito Santo.
E il gol che segnò con il Milan, e che ci permise di espugnare San Siro in un pomeriggio lontano di serie B, rimane forse il gol più emozionante che abbia vissuto da tifoso… Molto più dei tanti (e più decisivi) ai quali avrei assistito negli anni a venire.

Era una forza, il mio “Marziano”.
Era Ajace Telamonio e Achille Piè Veloce frullati insieme. Il lusso che ti pareva impossibile poterti permettere; era la fotografia che aveva il posto d’onore nella camera da letto, e stava sopra a quella dei “Rockets”, un famoso “complesso” di allora composto da musicisti pelati che si dipingevano di grigio.

Poi arriverà Trevor Francis, e il destino prenderà tutta un’altra direzione; con la crisalide che diventa farfalla, e Cenerentola che finisce per sposare il Principe Azzurro… Perchè questa, alla fine, è la storia della mia piccola Samp.
Che però, un bel giorno, invita il vecchio campione allo stadio, per un ultimo giro d’onore.
E si accorge che l’applauso più lungo e più bello dei tifosi, tocca proprio a lui.
Perché il primo bacio, evidentemente, non si scorda mai.

Auguri, Marziano.FB_IMG_1551500203398

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