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I Mondiali, a quell’epoca, erano una libidine assoluta.
Anche solo per il gusto di vedere Boninsegna, con il numero venti, o Rivera, con il quattordici.
Il massimo dell’esotismo, ça va sans dire, era il 14 di Crujff, a Germania 74: dove piacquero anche il 13 di Gerd Muller, il 12 di Deyna e il 3 di Van Hanegem (fuori classifica il portiere Jongbloed, che giocava con una maglia gialla canarino e il numero otto).
Scaramanzia, civetterie, tradizioni… C’entrava tutto, nella scelta di quei numeri che tanto ci affascinavano; e che comunque obbedivano anche alle regole di un marketing ancora bambino, ma che cominciava a pesare. Pelè, per esempio, legava il suo gran nome alla dieci “verdeoro”. Gigi Riva non rinunciava al suo amato numero undici: e guai a toccare la cinque a “Kaiser Franz” Beckenbauer.

Paradossalmente, (e non vi sarà certo sfuggito il senso di questo “paradossalmente”, parlando di anni settanta) la nazionale più “democratica” in assoluto era proprio l’Argentina, che praticava un rigorosissimo ordine alfabetico. E fu proprio grazie a quello che ci innamorammo della mezzala Ardiles, primo giocatore di movimento ad indossare la maglia numero uno.
E anche di Daniel Bertoni, l’attaccante con il numero quattro. Che giocava con il favoloso Independiente, i “Diablos Rojos” di Avellaneda, e fu il primo grande acquisto dell’ambiziosa Fiorentina di Pontello, quando si riaprirono le frontiere.

Era l’estate del 1980, e la novità degli stranieri sembrava fatta apposta per ridare un po’ di smalto ad un calcio italiano che lo scandalo scommesse aveva ridotto ai minimi termini, con quelle sentenze-choc tipo il Milan spedito dritto in serie B (dove non era mai stato) e la squalifica di campioni da copertina come Paolo Rossi, Giordano, Savoldi e Albertosi.
Arrivò, Daniel Bertoni, insieme a campioni veri come Falcao e Liam Brady. A gente un po’ sopravvalutata, come Prohaska, e dal cognome quasi comico, come il belga Van De Korput. A personaggi naif come Juary dell’Avellino, che esultava intorno alla bandierina del calcio d’angolo, e a bidoni autentici come Luis Silvio della Pistoiese, che in Brasile vendeva ghiaccioli sulla spiaggia.

A differenza di tutti gli altri, però, Bertoni arrivava come “campione del mondo”: e questo ai Fiorentini (che sanno esser vanitosi) bastò e avanzò. Specie in un calcio ancora poco reclamizzato, dove si andava molto a naso, fidandosi del pochissimo che passava in televisione se non addirittura delle foto sul Guerin Sportivo.
“Mi aspettavo un omone, e invece è quasi più basso di me, ‘sto Argentino”, riflettè amaro il povero Giorgio, che non era propriamente un marcantonio e per vederlo dal vivo si era avventurato fino ad Abbadia San Salvatore, dove la Viola teneva il ritiro estivo. E che allora era un viaggio, soprattutto se avevi la Fiat centoventisei.

Ma non deluse, quell’Argentino.
Anzi, finì per entrare dritto nel cuore della tifoseria quasi subito: perché era comunque un discreto calciatore (discreto, non oltre) e soprattutto era un Argentino scaltro. Abbastanza scaltro da non dimenticarsi mai di citare, in qualunque intervista, la bellezza della città, la simpatia dei suoi abitanti e l’unicità della Curva Fiesole. “Sia lode a te, Daniel Bertoni”, presero a cantagli sulle note di una famosa canzone di chiesa: anche se i numeri (trenta reti in centotrenta partite) non furono mai quelli di un bomber epocale. Alla Batistuta, per intendersi.

Si fece voler bene, “paraculaggine” a parte. Argentino, simpatico, campione del mondo, bravino e pure innamorato di Firenze.. Cosa pretendere di più?
Vestiva la numero sette, lasciando la nove a Ciccio Graziani e la undici a Massaro, che fu (con Vierchowod) la grande sorpresa dell’annata-monstre 81-82. Soprattutto, la vestiva con una certa eleganza: quella maglia con il giglio stilizzato su un enorme disco rosso che all’epoca lasciò tutti perplessi, perché sembrava il costume di Goldrake.
Ma che poi il tempo ha un po’ rivalutato: perché quella Fiorentina era comunque una gran bella squadra, e poi perché può pure succedere, Buon Dio!, che qualche volta l’abito non faccia il monaco.

Auguri, caro Daniel Bertoni.
Vedo che ti stai invecchiando pure tu.bertoni-jdfarrow.jpg

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