“Fernando della Centofiori”.

Senza cognome.

Bastava il nome, e il luogo.

Anche perché “Fernando Nicastro” suonava leggermente stonato, con tutto il rispetto.
E per quel legame assolutamente unico che aveva con Montepulciano, e con tutto il territorio, ci sarebbe stato meglio, forse, un cognome meno “forestiero” e più “nostrale”. Un cognome tipo “Cresti”, per esempio, che in Valdichiana é più ricnoscibile.
Ma anche “Bindi”, o “Goracci” … “Fernando Trabalzini”, tanto per dire, gli sarebbe calzato a pennello.

, nel suo caso movimento di cultura, dinamica di pensiero.
Uno di quei personaggi che diventano patrimonio comune, e va a finire che li conoscono tutti: come il tal ristoratore “che i pici buoni come da lui, non ne mangi da nessun’altra parte”. O il meccanico che “se nel motore ti ci mette le mani lui, puoi stare tranquillo”.

Scendevi quei tre scalini della sua libreria sotto la chiesa di Sant’Agnese, ed entravi immediatamente in un posto caldo e familiare: il sorriso e l’affabilità di Fernando (e di Serenella) descrivevano un luogo dell’anima che andava oltre la semplice compravendita di un libro: gli donavano, invece, una luce antica, ma non polverosa. Un’atmosfera di provincia, che poteva sembrare decadente ed invece era una roba assolutamente affascinante: solo in quel gioiellino che è la libreria di Bagno Vignoni si respirava qualcosa di simile.

Una volta gli “rimproverai” la scelta del nome della sua attività: quei “CentoFiori” del celebre discorso di Mao che furono, a parole, una dichiarazione d’intenti persino poetica. E che, nei fatti, si tradussero in un abisso di orrore.
Fernando allargò le braccia; si capiva che quelli erano i sogni dei suoi vent’anni, e dei tanti ragazzi che allora sognavano un mondo migliore. E per quello si impegnavano anche, magari aprendo una libreria a Montepulciano.

Ricordo il suo entusiasmo nel suggerirmi Cammilleri e il Commissario Montalbano, che lo avevano folgorato (“Certe sere non vedo l’ora di tornare a casa per mettermi sul divano e vedere come va a finire”, mi disse). Quando uscì la biografia di Del Piero storse un pò il naso. Poi, sorrise: “Oggi, però, ne ho vendute otto copie… E in fondo, debbo campare anch’io.”

Per farmi avere “Rivolta contro il Mondo Moderno”, che volevo assolutamente leggere, scomodò mari e monti. Era un volume abbastanza introvabile degli “Editori Riuniti” che costò (all’epoca) lo sproposito di centotrentamila lire.
“Ti è piaciuto?” mi chiese qualche mese dopo, con un sorriso beffardo.
“Mi dispiace… Sono annegato a pagina 38” gli risposi tutto mortificato.
“Allora, dai un’occhiata a questo. È meno difficile e più piacevole, forse…” .
Strizzò l’occhio, e mi mise sotto il braccio “Futbol”, di Osvaldo Soriano: dove si racconta la storia dell’Estrella Polar, del “Gato” Diaz e del rigore più lungo del mondo. E mi colpì dritto al cuore.

Volle essere il primo ad avere un mio libro, quando pubblicai “L’anno che si vide il Mondiale al maxischermo”. E vedere nella vetrina della Centofiori quella copertina azzurra con la foto di Jacopo e Niccolò fu qualcosa di commovente.
E fu anche il primissimo a venderne una copia: consigliandolo la mattina stessa ad un suo amico di Roma che (bontà sua) lo apprezzò a tal punto da spedirgli una specie di cartolina di ringraziamento.
Me lo consegnò, quel foglietto pieno zeppo di elogi, con una pacca sulla spalla: “Sò quanto ci tengono gli autori, a queste cose”.
Era la prima volta che uno come Fernando mi definiva “autore”, e diventai tutto rosso.
Quella cartolina l’ho cercata in ogni posto, ieri sera.
Purtroppo, non la ritrovo più.

Mi domando, adesso, a cosa sia servito leggere tutti quei libri. E temo che sia la domanda che, da ieri sera, arrovella tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscere Fernando, e il piacere di condividere la stessa passione.
Che senso abbia avuto una vita spesa dietro a quelle migliaia di pagine nella voglia di cercare una chiave in grado di aprire una porta che, alla fine, rimane sempre chiusa.

E allora penso a Martin Eden, o ad Anna Karenina. Penso a Holderlin, e a quel meraviglioso “morte di Empedocle” del quale parlammo una volta, in libreria.
E che ieri sera mi è tornato spesso in testa.

Ti sia lieve la terra

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