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Le figurine autoadesive furono, probabilmente, l‘invenzione del millennio. Molto più del motore a scoppio, della stampa a caratteri mobili e della penicillina.
II mondo conobbe questo decisivo scatto di civiltà nel 1972, nonostante esistessero già le automobili, la televisione e il mangiadischi: senza le figurine autoadesive, l’universo brancolava nel buio e nel caos, come racconta il libro della Genesi prima che ci mettesse le mani l’Onnipotente… Gli album pesavano un quintale, le generazioni crescevano drogate di coccoina e la qualità delle foto era spesso insufficiente: nell’album del 71, per esempio, i calciatori del Catania hanno la maglia diversa l’uno dall’altra, e il secondo portiere indossa addirittura la tuta (!). Come Fuffolino quando correva in bicicletta, che si mortificava perché tutti erano abbronzati tranne lui; e quando scattava in salita lo incitavano dicendogli “Forza, gambebiancheeee”.

L’album Panini 72-73 fu un’autentica rivoluzione umanistica, e l’avvento delle figurine autoadesive segnò l’avanti-Cristo e il dopo-Cristo della nostra infanzia: il costo della bustina raddoppiò, passando di colpo da dieci a venti lire (erano i tempi della cosiddetta “inflazione galoppante”), ma la cosiddetta “veste grafica” migliorò nettamente, e divenne subito più accattivante. I calciatori avevano facce finalmente “normali” (Il Cinesinho dell’anno precedente, invece, sembrava un gangster), poi c’era lo scudettino colorato e addirittura una foto con un’azione di gioco… C’era un certo Viganò, del Palermo, immortalato in una plastica sforbiciata, ma anche Traini della Ternana, intento a passeggiare in un camposportivo deserto; il più bello, Roberto Bettega della Juve, che salta altissimo per colpire di testa. Il più buffo è Capello, che corre tutto storto.

Fu un campionato, quello, che passò alla storia: la Juve di Vykpalek partì come favorita d’obbligo, e la Lazio di Maestrelli ne fu la sorpresa più accattivante, una specie di “dernier cri” tattico in un calcio che stava conoscendo la rivoluzione olandese. Alla fine, però, le carte si rimescolarono e parve l’anno giusto per il Milan del Paron Rocco e di Gianni Rivera, lanciatissimo verso il decimo scudetto. L’annata della famosa stella già stampata sulle bandiere rossonere e poi frettolosamente scucita nel giro di un pomeriggio che fu palpitante e anche drammatico, con le tragiche notizie che rimbalzavano da Monza dopo l’incidente mortale di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.
Nella semplicità di quei tempi, la bislacca vicenda del Milan che naufraga all’ultima giornata nella “Fatal” Verona divenne un modo di dire proverbiale, quasi da tramandare ai posteri: una piccola lezione di vita che arrivava direttamente dalle voci di Ameri e Ciotti nelle radioline a transistor, come a ricordarci che bisogna lottare fino alla fine senza mai sentirsi arrivati del tutto. Soprattutto, che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Così, quel campionato finì per vincerlo la Juve, in uno dei fotofinish più leggendari del calcio italiano: con la legnata di Cuccureddu quasi allo scadere su una Roma (dicono) fin troppo arrendevole, e l’altra leggenda dell’Avvocato Agnelli che per l’emozione tampona due automobili nel parcheggio dello Stadio Olimpico e poi estrae senza battere ciglio un milione di lire dal portafoglio e risarcisce seduta stante gli allibiti proprietari delle vetture ammaccate.

Era il 20 maggio 1973.
E quando penso al tourbillon di quell’incredibile pomeriggio, mi viene in mente anche quel lontano Torino-Sampdoria. Con la squadra granata già fortissima e la piccola Samp guidata da Heriberto Herrera che proprio nel terribile Comunale deve conquistare i punti salvezza… E’ una missione quasi impossibile, almeno fino al minuto ottantuno, quando  e regala a quella smandrippatissima squadra la permanenza in serie A ; per differenza reti ai danni dell’Atalanta, che la classifica avulsa era una roba ancora troppo astratta, per i tempi che vivevamo.
E fu quello l’unico, pazzesco arrivo a quattro che si ricordi nella storia del calcio italiano.

Fu un gol storico e memorabile. Una di quelle cose che ti rimangono nella mente, perché per la piccola Samp dell’epoca fu come ritornare alla vita dopo che il medico ti ha già chiuso gli occhi, e ha decretato la morte.
Quelli che erano al Comunale di Torino se la ricordano con le lacrime agli occhi, con la nostalgia della gioventù ormai perduta, e con un trasporto che nemmeno per i trionfi di Vialli e Mancini.
Chi c’era, racconta che fu come aver perso tutto alla roulette.
E poi, quando sei ormai disperato e non ci credi più, punti l’ultimo nichelino sul numero giusto, e magicamente torni in pari.

Stasera la Samp gioca a Torino.
E tutte le volte, mi torna in mente questa storiella.

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