Ieri sera mi ha avvolto un misto di ammirazione-invidia-frustrazione nel vedersi passare davanti in tre giorni tutto quello che vale la pena vivere in fatto di football.

Ho l’impressione che corrano di più.

Che sviluppino più potenza, che si impegnino molto e che siano anche più veloci, e più potenti.
E che da agosto fino ad ora abbiano una continuità ed un’intensità atletica che i nostri nemmeno si sognano: nemmeno in Inghilterra li facessero con sette mani, dodici piedi e venti polmoni.

Ieri sera mi ha avvolto un misto di ammirazione-invidia-frustrazione nel vedersi passare davanti in tre giorni tutto quello che vale la pena vivere in fatto di football; il gol del Tottenham all’ultimo respiro e la rimontona del Liverpool in faccia a Leo Messi . “This is Anfield”, “You’ll never walk alone” cantato da tutti e sessantamila, e tutta quella tonnellata di retorica che altrove mi sembra insopportabile e che nello sport trovo irresistibile.
A questo si aggiungono stadi con un’erba verdissima e tribune sempre stracolme, che fanno parte del pacchetto. “Perché -disse una volta Gianni Poliziani- anche il teatro pieno è di per sé uno spettacolo”.

Ora, sia chiaro, non è solo questione di coreografia.
Mi dovreste spiegare, invece, perché Vardy, Sterling e Firmino rubino l’occhio più di Dybala, di Icardi e di Berardi (che secondo me sono pure più bravi).
Perché a maggio inoltrato continuino a sfornare quel tipo di prestazioni che a noi sono negate, nonostante il mistero di quelli che arrivano dall’estero, e spergiurano che “allenamenti duri e scientifici come in Italia, non ce ne sono al mondo”.

O anche quelli del “si, ma tatticamente il campionato inglese vale meno di zero”: che potrebbe persino andar bene, se non fosse che poi il nostro calcio così evoluto e raffinato viene regolarmente spazzato via, ogni volta che quegli sprovveduti ce li troviamo davanti.
Poi ci sono quelli che “gli allenatori italiani sono i più bravi al mondo”.
Salvo poi accorgersi che nessuno di loro regge due anni di fila: perché alla lunga, evidentemente, la nostra concezione di calcio, e di sport, stufa.
E non diverte più nessuno.

Capello, Ancelotti, Spalletti, Ranieri, Mancini, Conte, sono monete che finiscono in fretta fuori corso, all’estero: spesso non par vero di metterli alla porta, nonostante i risultati non siano nemmeno malaccio. Sarri, che da noi passava per oracolo, è spesso contestato, e auguro ad Allegri di rimanere a lungo al calduccio della nostra serie A… Ad applicare quel teorema-Juve che da noi (dove si guarda il risultato e quello soltanto) garantisce l’immortalità, e che a Madrid, o a Barcellona, non funzionerebbe, nemmeno se vinci otto scudetti in fila.
Quelli che allo Stadium vedono servire da qualche anno, fateci caso, con gli stessi ingredienti: mi impegno dieci minuti, e passo in vantaggio con il Chievo.
Che non è attrezzato nemmeno psicologicamente ad una partita d’attacco, e subisce (diciamo intorno al 75’) l’inevitabile raddoppio, dopo un’altra ora di estenuanti, soporiferi titic-titoc. Risultato: Juventus 2 Chievo 0.
Se moltiplicate per diciannove, cambiando il nome del Chievo e scrivendo al suo posto Cagliari, o Parma, o Sassuolo o Udinese avrete il risultato finale. E per vedere spettacoli del genere c’è lo Juve Club Bisceglie (per dirne uno) che si sciroppa ogni domenica trentasei ore di pullmann.
Dubito che possano resistere a lungo, anche se CR7, ogni tanto, qualcosa dal cilindro la tira fuori.

Ma il problema non è ovviamente la Juve, che alla fine rimane l’unica squadra decente che abbiamo, e che anche in Europa riesce comunque a farsi rispettare.
Trovo invece più pericoloso il giornale che assicura un futuro radioso al calcio italiano, perche’ può contare su fuoriclasse assoluti come Kean e Bernardeschi, Chiesa e Zaniolo, Romagnoli e Donnarumma.
Mi chiedo di quali mirabolanti imprese siano stati protagonisti per giustificare tutto questo entusiasmo, e mi è venuto in mente Alessio Cerci.
Che a forza di sentirsi ripetere che era un fuoriclasse finì per crederci, tanto da volersi finalmente misurare con il “calcio che conta”.
Dove porto’ i pregi, ma soprattutto i difetti del calciatore (e del calcio) italiano, che lo relegarono infatti prima in panchina e poi in tribuna mentre l’Atletico Madrid del Cholo Simeone stava aprendo un ciclo fantastico.

Adesso gioca nell’Ankaragucu-Spor, ed è una specie di barzelletta.
“Chiamalo scemo, a tre milioni netti annui…”, replica qualcuno.
E così si finisce per glorificare financo Alessio Cerci. In nome di quel relativismo un po’ straccione che porta a giustificare tutto: anche il bischero, purché vada in giro con la Mercedes.

Sono andato un po’ lontano.
Ma il problema è questo.60015245_2021679577944134_7730279355649097728_n.jpg