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A tirarlo fuori dall’auto in fiamme, e a salvargli la vita mentre stava andando letteralmente arrosto, fu un certo Arturo Merzario. Uno di quei piloti di retrovia che non vincevano mai un Gran Premio e te li ritrovavi alla guida di automobili dai nomi improbabili, come la Hesketh o la BRM; ma anche la Surtees-Beta Utensili, che almeno era arancione come la grande Olanda di Johann Crujff.
Merzario era una specie di cowboy brianzolo, con l’uzzolo della velocità ed un babbo (ramo trasporti) con un portafoglio abbastanza capiente da potergli permettere quel passatempo, notoriamente costoso.
Fu l’unico, nell’inferno del vecchio Nurburgring, ad avere il fegato di fermarsi, attraversare la pista a proprio rischio e pericolo e a trascinare il grande Niki Lauda fuori dall’abitacolo della sua Ferrari, ormai avvolta dalle fiamme.
“Ancora pochi secondi, e non ci sarebbe stato più niente da fare”, dissero i medici.

Quando tornò a correre, dopo soli quaranta giorni, Lauda era un’altra persona. E lo era anche fisicamente.
Le ustioni lo avevano trasformato in un mostriciattolo irriconoscibile, e lui poveretto fu costretto a portarsi dietro una faccia quasi da film horror, pietosamente nascosta da un cappellino che lo accompagnerà per tutta la vita.
Rigorosamente sponsorizzato pure quello, perché Lauda era comunque un tipo venale.

Venale, e pure cinico si disse.
Che non si degnò neppure di alzare il telefono per ringraziare il samaritano Arturo Merzario, suscitando (ricordo) un certo dispetto negli sportivi dell’epoca, che dei campioni avevano un riflesso lontanissimo, e se li immaginavano in una specie di paradiso fuori dallo spazio tempo: dove Albertosi era amico di Zoff, dove Gimondi e Facchetti erano persone serie e umili, e Gustav Thoeni, intervistato alla Domenica Sportiva, pareva un gran bravo ragazzo, nonostante quell’italiano zoppicante.

Ed erano tempi, anche, dove la Formula Uno era una roulette russa, con i piloti che morivano come mosche, dentro ad automobili che sembravano delle casse da morto con le ruote, e con quei circuiti-trappola, disegnati senza il minimo concetto di sicurezza… Non esistevano vie di fuga, e le uniche barriere conosciute erano imbarazzanti reti da pollaio e quei terribili guard-rail in metallo, che adesso risulterebbero fuorilegge anche sulla provinciale del Vivo d’Orcia.
Erano tempi di mostri sacri, come Fittipaldi, o Jackie Stewart, e di giovani emergenti, come Piquet, o Gilles Villeneuve. C’era l’italoamericano simpatico Mario Andretti, lo sciupafemmine Clay Regazzoni dal baffo assassino, o il capellone biondo James Hunt, che a Lauda “scipperà” proprio quel drammatico Mondiale, dal quale verrà poi fuori un (brutto) film.
C’erano i piloti italiani, come il rotondetto Bruno Giacomelli e Elio De Angelis: De Cesaris e Eddie Cheever, che tutti chiamavano “l’Americano di Roma”. Poi verranno Alboreto e Patrese, unico sportivo (insieme al calciatore Sogliano) che di nome faceva Riccardo, e allora dovevo per forza farmelo rimanere simpatico… In postazione, Mario Poltronieri, buonanima pure lui: raccontano di alcuni medici che prescrivevano le sue telecronache a chi soffriva di insonnia.

Le auto, bellissime come la Lotus dalla livrea nera e lo sponsor John Player Special in oro, ma anche originali, come la Tyrrell a sei ruote: comunque, un mondo dove si sentiva nitido il rumore dei cacciaviti e delle chiavi inglesi che cadevano in terra, e il profumo di benzina, travasata con l’imbuto di latta.
Non c’era il muretto-box a controllare la telemetria e le gomme erano di un solo tipo, e dovevi portarle a fine gara; la tecnologia era poco più che bambina, e naturalmente i computer, che non esistevano.
“Il bello di un pilota è che non si accorge di morire… Uno schianto, e addio” . Lo disse Jochen Rindt, o forse Ronnie Peterson; o magari proprio Gilles Villeneuve. Comunque, uno di quegli sfortunati acrobati che sulle piste di Formula Uno finirono per lasciarci la pelle, in quegli anni incoscienti.

Pur malridotto da più di quarant’anni, invece, Niki Lauda è arrivato a morire sul proprio letto.
Aveva un male incurabile, e spero tanto che non abbia sofferto.
Almeno in questo senso, la medicina ha fatto passi da gigante, e magari può avergli “restituito” quello che gli aveva tolto dopo quel tragico incidente. Quando gli aveva sì salvato la vita, ma lo aveva anche sfigurato per sempre.

E mi piace pensare che possa riposare in pace.
Senza cappellino, stavolta.

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