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“Viva Verdi”, scrivevano sui muri di Milano i patrioti del Risorgimento.

E quello che pareva un innocuo omaggio al grande musicista, celava qualcosa di più sedizioso, messo lì per gabbare l’occhiuta polizia asburgica.
“Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia” voleva dire, in realtà, quell’acronimo… Un invito, per il riottoso sovrano piemontese, a muoversi e a prendere finalmente il posto di Cecco Beppe, e degli odiati Austriaci.

L’Union Berlino Fussball klub racconta più o meno la stessa cosa.
Ed è per questo che non è solo una squadra di calcio: come succede a tutte quelle squadre che “utilizzano” la passione della gente per convogliarla da un’altra parte, e finiscono per raccontare una storia diversa. Dove il calcio rimane addirittura sullo sfondo, e delle storia non è nemmeno il protagonista.

Un privilegio di pochissimi.
Mi viene in mente l’Athletic Bilbao, e la “Old Firm” di Glasgow. Il Sankt Pauli (la seconda squadra di Amburgo) e il Corinthians di San Paolo del Brasile.
Oppure lo Spartak Mosca, che fu la squadra “contro” per eccellenza; “squadra contro” già nel nome di battesimo (“Spartaco”, come il gladiatore che si ribellò all’Impero) che rivelava una pericolosa dichiarazione d’intenti, poco tollerata nell’Unione Sovietica di Stalin.
Perché quando lo schiavo si ribella al padrone, succede come a Spartaco, che fu addirittura crocifisso sulla Via Appia: o come successe all’imbattibile squadrone dei fratelli Starostin, che finirono nei gulag della Siberia su ordine dell’NKVD… E che ci pensassero un po’ su, prima di ridicolizzare la potentissima Dinamo Mosca, come facevano regolarmente.

I tifosi dell’Union Berlino, hanno quello stesso sangue.
Anche se sono passati gli anni, e la storia ha ormai buttato un bel dito di polvere su faccende che sanno di vecchio e di muffa.
La “cortina di ferro”, “il muro di Berlino” e tutta quella mercanzia ormai in soffitta… Roba che appartiene ad un Novecento che ci sembra lontanissimo; come la “Stasi”, la famigerata polizia segreta della famigerata DDR.
O come la Dinamo Berlino, che era la squadra di calcio prediletta dalla “nomenklatura”, e per questo aveva diritto ai calciatori migliori (e se non bastavano quelli, agli arbitri peggiori).
Sono le leggende che fioriscono nelle dittature, dove lo sport si lega a doppio filo con la propaganda, e diventa il veicolo più immediato per far vedere al mondo quanto siamo bravi e quanto siamo belli.
Il fascismo coccolava il pugile Carnera, e quando finiva al tappeto arrivava l’OVRA a sequestrare i rullini ai fotografi.
Nella DDR, invece, facevano incetta di record e medaglie olimpiche, di anfetamine e di steroidi, e la Dinamo Berlino poteva tranquillamente vincere dieci scudetti di fila, a maggior gloria della Germania comunista e di Erich Honecker (quello del bacio in bocca a Breznev, nel celebre murales).

L’Union Berlino incarnava, nella fantasia della gente, proprio questo: la ribellione al sistema. Una ribellione apparentemente innocua perchè nasceva in un campo da calcio: ma forse proprio per quello ancora più pericolosa, come lo fu lo spogliatoio del “Doutor” Socrates per i militari brasiliani.
E’ normale che quando si incarna qualcosa di più alto, si smette di essere una semplice squadra di calcio, e si diventa qualcos’altro.
Qualcosa che assomiglia ad un simbolo, o a una fonte di ispirazione; che coinvolge gli ideali e le coscienze che li animano. E in quel caso, la polizia non può nulla, nemmeno la più odiosa, quale era la “Stasi”.

La “Stasi” e il Muro di Berlino non esistono più da trent’anni, ma l’Union Berlino Fussball Klub è rimasta, nel mondo del calcio, qualcosa di speciale, e di irripetibile.
E proprio ieri sera, battendo in finale la favoritissima Stoccarda è stata promossa per la prima volta nella sua storia nel paradiso della “Bundesliga”, il ricchissimo campionato della Serie A tedesca, dove gli “Eisernen” (“uomini di ferro”, è il loro soprannome) non sono mai stati.
E dove qualcuno della vecchia guardia ha paura a mettere piede, perché questo stranissimo, affascinante Club ha una bellissima storia da raccontare e da custodire. Ma a contatto con lo sport business, queste storie si corre il rischio di annacquarle un po’; se non addirittura di farle diventare banali.

E gli “Eisernen”, gli “Uomini di Ferro”, di storie banali non ne raccontano.

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