Amava la vita, quell’eroe. E amava la Juventus. Quella sera, perse tutte e due.

Nessuno si azzardò a protestare, quando fu assegnato quel grottesco calcio di rigore.
Un calcio di rigore grottesco, nella partita più surreale, nella serata più tragica da quando hanno inventato il football.

Boniek, che in progressione era pressochè inarrestabile, prese palla sulla trequarti e fu toccato da dietro; una specie di “francesina”, ma nettamente fuori dall’area… Almeno un metro e mezzo, anche in tempi dove non esisteva la Var.
L’arbitro, lo Svizzero Daina, indicò subito il dischetto, senza esitazioni.
“Rigore”, disse freddamente Bruno Pizzul , autore della telecronaca più terrea della storia radiotelevisiva.

Ora, il Liverpool era noto come squadra fortissima, ma anche assai litigiosa; il capitano Neal, Whelan, Alan Hansen erano marinai di antico pelo che sapevano come gestire le situazioni di campo, e volgerle a proprie favore.
Eppure, nessuno osò fiatare.
Non ci fu, da parte degli Inglesi, il minimo accenno di protesta.
E quando dicono che i calciatori erano ignari di tutto, mi torna in mente quell’episodio, che trovo tutt’ora abbastanza sospetto: Michel Platini ha scritto un libro dal titolo struggente (“Quando cade l’acrobata entrano i clown”), però toccò a lui calciare quell’inestistente rigore.
E non c’è bisogno di essere juventino, o antijuventino, per dire che la sua esultanza dopo il gol fu una brutta cosa.

Ci fu molta ipocrisia, e forse ci fu anche un po’ di cinismo.
Magari non ci fu l’esatta percezione della strage, e della mostruosità che si stava compiendo… Parlarono di cadaveri ammucchiati nel corridoio del sottopassaggio e nei tunnel degli spogliatoi; quando arrivò la macabra conta ufficiale che erano morti in trentanove, ci mancò il respiro.

“Trentanove morti per una partita di pallone…” disse sgomento il povero Dino.
Poi, si tolse gli occhiali e cominciò a piangere.
Io ero un ragazzo, ma non mi sfuggì la portata abnorme di quel numero.
Trentanove.
Trentanove morti mi sembrava una cifra esagerata per qualsiasi cosa. Non solo per una partita di pallone.

Si sono scritte molte parole, su quel terrificante 29 maggio 1985.
Una delle cose più belle, l’ho vista a teatro ad opera del mio amico David Gramiccioli, che sulla tragedia dell’Heysel ha scritto un monologo. E siccome è bravo, assolve perfettamente al compito dell’artista: che è quello di trovare poesia persino in un dramma di quella portata.

Raccontò la storia del dottor Roberto Lorentini. Quel medico aretino che volle tornare indietro per salvare un ragazzino che era rimasto da solo, sugli spalti, mentre gli Hooligans si preparavano ad un’altra carica.
Lo trovarono morto, sopra quel bambino che aveva invano cercato di proteggere.

Amava la vita, quell’eroe. E amava la Juventus, che della vita rappresentava evidentemente l’espressione più vera ed assoluta.

E quella sera, perse tutte e due.

heysel.jpg