E allora molto meglio affidarsi al “demiurgo”, capace di convincerti che Gesu Cristo è morto di pleurite

Bisogna cambiare passo, cultura e mentalità, ma noi continuiamo a pensare che basti cambiare le persone.
E’ più forte di noi.

Noi siamo per gli uomini della provvidenza, e per le bacchette magiche: forse perché cambiare passo e cultura costa fatica e lacrime, e allora molto meglio affidarsi al “demiurgo”, capace di convincerti che Gesu Cristo è morto di pleurite.
Poi, però, i problemi bisogna risolverli davvero: ed è per questo che gli “unti del Signore” durano un battito di ciglia. Succede anche in politica, dove tra l’illudersi e il disilludersi è diventata una questione di pochi mesi.
E figuriamoci nel pallone.

Adesso vogliono Guardiola, o Klopp.
Li vorrei anch’io.
Poi mi domando cosa ci farebbe uno come Guardiola, o come Klopp, in un campionato bolso come la serie A. Dove Dybala (uno a caso) tira un paio di punizioni all’incrocio dei pali, e su quelle campa di rendita un paio di mesi.
Quando guardo il Liverpool, vedo Manè e Firmino che non giocano sempre benissimo, ma hanno un’intensità che dura quaranta partite, più un’altra ventina tra F.A.Cup e Champions League.
Klopp, in Italia, avrebbe invece a che fare con il caldo in settembre e con i calciatori fuori con le Nazionali, ad ottobre. Con i primi freddi a novembre e con l’aria delle feste a dicembre. Con il rientro dalla sosta a gennaio, il logorio di febbraio ed i primi caldi di marzo-aprile. Più, il doppio impegno campionato-coppa che in Inghilterra o in Spagna moltiplica le energie, e in Italia (chissà perché) le svuota.
Con l’assurdità di quelle squadre che vanno in Europa ad ogni morte di papa, e vivono quell’avventura esaltante come fosse una malattia perniciosa; come la mia Samp, che vidi uscire mestamente con il Metallist Kharkhiv, con l’allenatore che a fine partita giustificò quella bruttissima figura dicendo “Beh, non dimenticate che domenica abbiamo il difficile impegno con il Catania”.
A me parve roba da avanspettacolo, ma ricordo che nessuno dei giornalisti presenti in sala stampa ebbe nulla da eccepire.

Quell’allenatore era Walter Mazzarri. Un tipino magari antipatico, ma che è tra i tecnici più accreditati di un calcio italiano che, secondo me, continua a disegnare troppe freccette sulla lavagna. Un calcio scientifico, studiato a tavolino, pesato con il bilancino che poi sbarca in Inghilterra, un mercoledi sera, e viene letteralmente spazzato via.

Max Allegri, alla fine, è rimasto invischiato proprio lì, nonostante la polemica televisiva con Adani: e, piaccia o no, lì è caduto anche il grande Sarri, che al Chelsea attendevano come un tipo brillantissimo, e che alla fine ha proposto un calcio molto più speculativo di quello al quale erano abituati. Si è salvato perché in Europa è andato bene, ma state tranquilli che nessuno piangerà per il suo addio… Come non piansero a Madrid per Ancelotti, nonostante gli avesse portato l’agognata “Decima”.

I tifosi, ormai, hanno mille canali televisivi per vedere, e tanti mezzi a disposizione per giudicare.
Difficile, quindi, vedere Liverpool-Barcellona (o Ajax-Tottenham) e poi ingoiare Juventus-Empoli 1-0, con gol di Kean al 75’ nell’unico tiro in porta di tutta la partita.
Ma altrettanto diffciile pensare che il cambio di passo ce lo porteranno gli uomini della provvidenza.
Il salto di qualità della nostra Serie A comincia dai titoli meno roboanti dei giornali e da un certo realismo nel valutare determinate prestazioni; prosegue con una critica più esigente sullo spettacolo che viene offerto nel corso dei novanta minuti (e, più in generale, di tutta una stagione) e sul recupero di un’estetica di gioco che non si immoli nel cinismo del risultato a tutti i costi.
E si conclude, infine, con l’effettiva bravura dei protagonisti.
Che andranno valorizzati (specie se sono calciatori italiani) ma non santificati dopo un paio di partite decenti; che poi si corre il rischio di avere una Nazionale composta da fuoriclasse assoluti, che però non si qualificano nemmeno per il Mondiale.

Salvo, poi, darne la colpa all’allenatore Ventura.
Un altro di quelli che passavano per “uomini della provvidenza”.

Ma erano sprovvisti della bacchetta magica.

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