“Tra lo stile e gli stilisti c’è la stessa differenza che corre tra un polmone e una polmonite”

La maglia del Barcellona non è brutta.

Ha un altro problema. Che ci hanno messo le mani gli stilisti, e i “fashion-advisor”. Gli “spin-doctor” e gli esperti di marketing ambientale e comunicazionale.
Quindi, gli è venuta fuori una maglia che non ha niente a che vedere con il calcio.

O almeno, è estranea all’idea di calcio che della mia generazione; che quando ha cominciato a spasimarci dietro, tutti quei mestieri americani lì, non li avevano mica inventati; e una maglia da football non doveva né “incuriosire”, né “impressionare”, e figuriamoci se doveva “stimolare un dibattito”.
La maglia a scacchi del Barcellona è figlia del suo tempo, e magari non è nemmeno brutta… Però, è vuota, e anche abbastanza insipida; ha stile, ma non sa emozionarti, come non emoziona la nuova della Juventus, per esempio, e nemmeno quella dell’FC Internazionale.
Assomiglia, semmai, a quei prodotti di maglieria che vedi sulla cesta del mercatino rionale, e lì per lì ti rubano l’occhio; perché il tessuto è innegabilmente bello, il disegno accattivante e tu pensi che farai un figurone in riviera, con quella roba addosso.

Ma una maglia (detto da uno che nell’album Panini distingueva da trecento metri di distanza l’azzurro del Napoli dal celeste della Lazio) , non si misura con i criteri di una passeggiata sul lungolago.
Una maglia è un simbolo, come lo è una bandiera. E una bandiera non è mai né bella, né brutta… Dovessi abusare della retorica (che non mi piace mai, tranne che nello sport) direi che sono tutte belle, indistintamente.
Io l’ho imparato portando in giro lo spettacolo di Mauro Galli e dei Ri-Cover, e vedendo la gente che quando ascolta le storie che ci stanno dietro, si emoziona. E talvolta si commuove, anche.

Che la Juventus voleva vestirsi di rosso, come il Nottingham Forest; ma chiese le maglie alla squadra sbagliata, ovvero il Notts County.
Che in Uruguay, cento anni fa, erano in pochissimi a saper far muovere un treno: e quei pochissimi erano così preziosi che li tenevano in gran conto, e li utilizzavano ben oltre l’età della pensione. E’ per quello che i segnali ferroviari li fecero gialli e neri, che sono gli ultimi colori che l’occhio umano distingue abbastanza nitidamente, prima di diventare cieco del tutto. Ed è per quello che il prestigioso Penarol di Montevideo (che era un dopolavoro ferroviario) ha la maglia “aurinegra”.
Che il River Plate deve il suo biancorosso agli operai dei “frigorificos” e il gialloblu del Boca Juniors ai bambini che stavano seduti sul molo del porto ad aspettare le navi.
Che il brasiliano Vasco ha la striscia trasversale per ricordare quell’ideale di giustizia che lo portò, cento anni fa, ad essere la prima squadra a far giocare i neri. Che il Preston inglese ha la maglia bianca immacolata, come l’agnello di Dio simbolo della Contea, mentre tra gli avversari è tutto un fiorire di tigri e leoni, diavoli dell’inferno e draghi sputafuoco.
Che il Dortmund si vestì di giallo in onore della… birra; unica consolazione nella vita di quei minatori che non arrivavano a cinquant’anni, devastati dal cancro ai polmoni. E la domenica, dopo aver preso l’unica sbornia della settimana, andavano a vedere il Borussia (o lo Schalke 04).
Che la Fiorentina non riesce più a riprodurre il viola di quando giocavano Julinho, poi De Sisti, e poi Antognoni. Che il Milan di Calloni vinceva poco, ma aveva le righe sottili, il colletto rigorosamente nero e i pantaloncini altrettanto rigorosamente bianchi. Che la Juve aveva la toppa nera, sulla quale veniva cucito il numero bianco, e Anastasi e Bettega la vestivano come due principi. Che il Toro tuttogranata del 76 era una figata assoluta, per non parlare del Cagliari di Gigi Riva, e la maglia bianca con i laccetti (che oggi sarebbero fuorilegge).

“Se ci fossero stati l’Avvocato e Boniperti, quella roba lì non l’avrebbero nemmeno proposta”, mi ha detto uno che trova la nuova maglia un pò troppo somigliante al giubbetto della Lupa.
L’Avvocato era un uomo raffinato ed esigente, ma dai gusti talvolta anche troppo frugali: “A me basta vedere la lettera J sui titoli della Gazzetta, per emozionarmi”, disse al giornalista Franco Costa, che gli correva sempre appresso.

E poi ci fu quella volta che gli chiesero un parere su un nuovo sarto che stava spopolando negli atelier di New York. Agnelli si recò ad una sfilata, osservò con grande attenzione gli abiti e le manifatture e poi se ne uscì con una frase lapidaria: “tra lo stile e gli stilisti c’è la stessa differenza che corre tra un polmone e una polmonite”.

La maglia a scacchi del Barcellona mi ha suggerita la stessa, identica immagine.

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