Soprattutto, ho visto una squadra che si vuole un bene dell’anima. Questo, principalmente trasmette la Nazionale italiana di calcio femminile

Ora, sia chiaro che non arriviamo qua appena sbarcati dal pianeta Urano.

Sappiamo, quindi, che i salari sono determinati dalle leggi di mercato, che si basano sul concetto concreto della domanda e dell’offerta: e che, in base a quelle, persino uno scarpone (sissignori, scarpone) come Nainngolan guadagna da solo più di tutta la serie A femminile messa insieme. E che una notizia che riguarda l’Inter smuove, in mezz’ora, più persone di quante ne smuoverebbe una notizia sul Tavagnacco in un paio di decenni.
Però, il calciodonne sta crescendo, e bene; e ho l’impressione che non sia solo questione di marketing televisivo, come successe tempo fa con il rugby.

Stavolta l’operazione ha maggiori possibilità di riuscita, perché (fosse solo per una questione di tradizione patria) potremmo ottenere quei buoni risultati a breve termine che ad ogni fenomeno sportivo forniscono l’indispensabile propellente.
Il rugby ha avuto dieci anni di tempo, ma alla fine non ha prodotto nulla; gli inni a squarciagola, i “beau-geste”, il terzo tempo e tutto il resto hanno avuto una presa immediata sul pubblico, cui non pareva vero di lavarsi la coscienza dai cattivi costumi del calcio… Ma quando ci siamo accorti che la nostra reclamizzatissima Nazionale non riusciva a venire a capo nemmeno delle isole Tonga, ecco che quel pubblico si è velocemente stufato.
Perché lo sport è sentimento, d’accordo, ma è soprattutto competizione, e risultato: quando la combinazione riesce, arriva la popolarità e la simpatia, la capacità di attrazione e il desiderio di emulazione. E fatalmente, arrivano anche i quattrini, che sono dappertutto la componente più importante.
Ho l’impressione, insomma, che quando (tra non molto) leggeremo sul giornale che Cristiana Girelli, ha strappato un ingaggio di tre-quattrocentomila euro annui all’equivalente femminile del Barcellona, o del Manchester City, più di una coscienza ne verrà turbata. E a quel punto, vedrete quanti genitori spingeranno le loro bambine verso una carriera “calcistica”, trovandola molto più congrua della pallavolo, del nuoto o della danza classica.

Ovvio che le donne giochino partite di calcio molto più “naif” di quelle che trasmette solitamente Sky: sarà un’impressione, ma più le guardo, più mi assomigliano a quelle che vediamo ogni domenica nei dilettanti di seconda e terza categoria.
Di primo acchito, il gioco è abbastanza lento, e assai “disordinato”: le squadre cercano un’idea e una fisionomia tattica, ma tra i cosiddetti reparti (difesa, centrocampo, attacco) le distanze saltano quasi sempre, e con esse saltano anche gli equilibri, che sono la “calligrafia” del calcio. In più, si vedono errori abbastanza elementari sui cosiddetti “fondamentali”, tipo i controlli di palla o i semplici passaggi, per non parlare di alcuni interventi scriteriati dei portieri.

Però, si vedono anche atlete che ce la mettono tutta.
Che hanno nelle loro facce la modestia delle ragazze perbene e la felicità incredula, e riconoscente, di quei bambini che vedono Disneyland per la prima volta.
Si commuovono forte quando cantano l’inno, non simulano mai e se cadono per terra, si rialzano immediatamente. Non ho visto quelle plateali proteste verso qualsiasi fischio arbitrale a sfavore, né labiali in primo piano di parolacce o bestemmie, e nemmeno quell’ormai insopportabile corredo di sputazzi e scaracchi che imperversano invece tra i colleghi maschi, ad ogni inquadratura televisiva.

Soprattutto, ho visto una squadra che si vuole un bene dell’anima.
Questo, principalmente (e risultati a parte) trasmette la Nazionale italiana di calcio femminile, a vederla da fuori. Quel festeggiare il gol come un’esplosione atomica di felicità, e condividerla immediatamente con le compagne, a cominciare dalle panchinare; quel darsi il “cinque”, il battersi le mani a vicenda in un incoraggiamento continuo ed affettuoso. Quegli abbracci, quegli sguardi, quelle parole che sono condivisione e lotta, trincea e assalto, sconforto e non-mollare, e tutto il patrimonio di emozioni che una partita di calcio riesce a produrre, nell’arco dei novanta minuti e che la rende unica.
Infine, l’espressione felice e quasi inebetita del risultato conseguito.

Condiviso con gioia infantile insieme alla marea ormai crescente di tifosi. Ai quali le ragazze sono talmente poco abituate che quando giocano in uno stadio pieno, non dormono tre settimane di fila per l’emozione (l’ha raccontato la Boattin, della Juventus): e quando si avvicina qualcuno per chiedere un autografo, arrossiscono e si guardano intorno per essere sicuri che l’abbiano chiesto proprio a loro (l’ha detto la Giacinti, del Milan).

E’ uno spettacolo che mi piace, insomma.
E mi sarebbe piaciuto ancor di più condividerlo con un’amica: che non c’è più, ma che a pallone ci giocava trent’anni fa, quando di calcio femminile non se ne parlava, o quasi.

Ed era la più brava di tutte.

Giamaica vs Italia - Mondiale di calcio femminile 2019