Nacque così il “Sarrismo”.Visionaria fuga in avanti verso un tipo di football che racchiudesse finalmente etica ed estetica. Ci credemmo tutti.

Adesso, probabilmente, non saremmo più tanto indulgenti come lo fummo allora.

Quando Sarri fece il matto, alla fine di un tumultuoso Napoli-Inter di coppa Italia, e attaccò Mancini al muro degli spogliatoi: “sei un frocio di merda”, fu la cosa più carina che gli disse.
E noi, tutti a ridere; e a minimizzare l’accaduto, lì per lì, senza rendersi conto dell’effettiva portata di quel gesto. Che invece fu sciatto, volgare e miserabile; persino grottesco, viste le patacche inneggianti al fairplay che i due allenatori avevano appiccicate sulla giacca della tuta.

Ma va detto che avevamo un alibi di ferro, allora.
Mancini era il fighetto; lo spocchioso che andava in panchina con la sciarpetta di Louis Vuitton e il ciuffo tinto, e quindi era Gastone, l’antipatico. Sarri, invece, era ruspante, schietto ed ingenuo; era Paperino, Bertoldo e persino Cenerentola… Simbolo vivente di riscatto per le migliaia di allenatori che in vita loro hanno conosciuto solo la gavetta, e non sono mai andati oltre la seconda categoria.

Nacque così il “Sarrismo”.
E con esso, una specie di rivoluzione del libero pensiero applicato al calcio. Movimento di liberazione dalla schiavitù del risultato a tutti i costi, giustizia e libertà di un calcio che rubava ai ricchi ed emancipava i poveri. Visionaria fuga in avanti verso un tipo di football che racchiudesse finalmente etica ed estetica.

Ci credemmo tutti.
Come d’altronde si crede al Principe Azzurro: quello che di norma dovrebbe sposare Biancaneve, o la Piccola Fiammiferaia, ma alla fine sale all’altare con l’ereditiera che ha i vestiti migliori e la dote più cospicua.
E’ il destino dei grandi uomini, forse.
Quelli che ci hai fatto il militare insieme, magari… E poi sono diventati onorevoli, magistrati, capitani d’industria, e ti illudi possano ricordarsi di te. Che sospirino di nostalgia, ogni tanto, ricordando quella volta che cadesti di motorino, o quella sbornia da non reggersi in piedi, o quella memorabile notte che rubasti i cocomeri al povero Agenore… Che si commuovano persino, ricordando i tempi andati, quando avevano a che fare con il Cavriglia, o lo Stia. O la Faellese.

E non pensi, invece, che il mondo gira in fretta.
Che le cose, e le persone, cambiano: e uno come Sarri, magari, non ha nemmeno più voglia di risponderti al telefono.
Forse, nemmeno per cattiveria.
Semplicemente, perchè uno si stufa, alla lunga. A sentirsi ripetere che da piccolo mungeva le mucche, che i suoi pantaloni avevavo le pezze a colore e quanta puzza c’era a podere, specialmente nei giorni che tirava lo scirocco.

Curioso vedere come, alla fine, Sarri capiti proprio nel posto giusto.
Cinismo per cinismo, infatti, nessuno come la Juventus, tiene in così poco conto le convenzioni, e si lascia scivolare addosso con un certo sussiego sia la grandezza che le debolezze degli uomini. Perchè, alla fine, “vincere è l’unica cosa che conta” come dichiarò Giampiero Boniperti: e per raggiungere quel “fine”, può andar bene anche un “mezzo” per niente popolare come lo è attualmente Sarri. Ma se è per quello, non era popolare nemmeno Moggi, che tutti identificavano conl’odiato Napoli dell’era Maradona. Non piaceva Giraudo, che tifava addirittura per il Torino, o Capello, che aveva paragonato la Juve alla massoneria.
“E la riconoscenza?” chiese Alex Del Piero quando, dopo una carriera in bianconero, fu messo alla porta senza tanti complimenti.
“La riconoscenza – gli risposero- è quella cosa che ti ha permesso di riscuotere un ingaggio tra i più in alti in assoluto di tutta la serie A. Ogni mese, regolarmente, e per vent’anni di fila “.

I tifosi avrebbero quindi gradito qualcos’altro: ma a ripensarci, Sarri era la scelta più logica. Inzaghi, o Mihajlovic, o Gasperini, sarebbero onestamente stati un passo indietro… Guardiola e Klopp erano fascinazioni costosissime, ma ad altissimo coefficiente di rischio da far pensare ad un salto nel buio (che un azienda con quei fatturati non può permettersi).
Anche Sarri è un investimento rischioso, intendiamoci.
Però ha, dalla sua, una grande esperienza e conoscenza del calcio italiano, dove ha già dimostrato di saperci praticare un tipo di calcio che magari non è Liverpool-Barcellona o Ajax-Tottenham (che in serie A sono abbastanza impensabili) ma può quantomeno ricordarli, o comunque andargli vicino.
Più in linea, insomma, con quello che chiede adesso il pubblico-cliente, dopo Max Allegri e il suo quinquennio favoloso.
Un ciclo entusiasmante dove la Juventus FC non poteva ragionevolmente fare più di quello che ha fatto.
Magari, aveva il dovere di farlo meglio.

Ed è proprio quello che chiedono a Sarri.

Farlo meglio.

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