Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.

Sapeva di persone perbene, quella Nazionale.
Come il forno che avevi sotto casa, quando eri piccolo, e la mattina emanava un profumo irresistibile di pane fresco.
E sull’uscio della bottega c’era il fornaio: sempre sorridente, quasi sempre grasso e rigorosamente con i baffi.

Fu, quello, il vero segreto del Mundial 1982.
Che i suoi protagonisti erano tutte persone perbene, come i fornai grassi e baffuti di una volta
Erano perbene Pertini e Bearzot. Scirea e Zoff. Cabrini, Antognoni e Ciccio Graziani. Lo Zio Bergomi e persino Spadino Selvaggi, anche se non giocò mai.
Bruno Conti: che io conobbi un pomeriggio a Montepulciano, e mi sembrò perbene come quei fornai. Accompagnava la squadra Giovanissimi della Roma nella Finale Nazionale, ed aveva un sorriso e una parola buona per tutti. Poi passavano quei ragazzini di quattordici anni, e se la tiravano parecchio più di lui.

Fu, quello, il Mundial della nostra gioventù.
Quello che ci saremmo portati dentro per tutta la vita, dovessimo campare mille anni… L’estate della vespa 50 e del lento tipo “Il tempo delle mele”. Dei bagni al fiume e di Italia Brasile 3-2: stadio Sarrià di Barcellona, dove adesso hanno costruito un supermercato.
5 luglio 1982.
Ventisette anni fa.

Perché ci sono due date indelebili nella storia del calcio italiano, e sono proprio il 4 maggio e il 5 luglio.
Ma il 4 maggio piove sempre: come se anche la primavera si fermasse, quel giorno, a ricordare il sacrificio del grande Torino.
Il 5 luglio, invece, c’è sempre il sole.
E’ una giornata calda e luminosa; afosa e appiccicosa, come lo fu tutta l’estate del 1982 d’altronde.
E’ la giornata giusta per ricordare i ragazzi che eravamo.
Ma anche per ricordare quelli che abbracciammo, in quelle serate felici, e che adesso non ci sono più.
Che allora erano grandi e forti, e adesso gli portiamo un fiore, al cimitero, per ricordare che il calcio serve anche a questo… A ricordare.
A me succede anche con il Petroio, tanto per dire: “Ah, ci fosse stato Passerotto…”, penso, quando vince una partita importante.

La Nazionale dell’82 fu l’emblema della nostra fantasmagorica, irripetibile giovinezza.
Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.
Molto più della finale con la Germania, dove tutto era già scritto.
La partita decisiva, in realtà, fu proprio il 3-2 con il Brasile; fu in quel pomeriggio lì, che diventammo improvvisamente eroi. Seguendo in apnea gli ultimi venti, terrificanti minuti, compresa la famosa parata sulla linea di porta, all’ultimo secondo.
Quella che regalo’ l’immortalità a Dino Zoff, e costò a tutti noi almeno due-tre anni di vita.

Ricordo tutto di quell’estate.
Ricordo chi c’era, dove era e cosa faceva.
Ricordo le parole dette, quelle sussurrate e quelle soltanto pensate,.
Ricordo le canzoni dell’estate del 1982, perché anche quelle é impossibile dimenticarle: Miguel Bosè che cantava: “bravi ragazzi siamo, amici miei… Tutti poeti, noi del 56.” perché quelli del ’56, allora, erano ragazzi.
E oggi sono nonni.

Oppure “Avrai”, di Claudio Baglioni, che risuonava continuamente nei juke-box e in quegli ingombranti radioregistratori che andavano tanto di moda.

Era facile prevedere, allora, che avremmo avuto “grilli e stelle”, e “tuoni di aerei supersonici”.
E “pantaloni bianchi da tirare fuori, che è già estate” e “Natale di agrifogli, e candeline rosse”.

Poi, non è mica andata così.

Però, fu bello crederci… E tutto ci sembrò, davvero, a portata di mano.

Era il 5 luglio del 1982

 

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