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Il limite, e anche la forza, di uno come Vito Chimenti era proprio la provincia.

La provincia di una volta, dico. Che oggi non esiste nemmeno più, e quindi il discorso sarebbe già finito ancor prima di cominciare. Perché uno con quel talento lì (vero o presunto) in provincia, adesso, ci rimarrebbe tre, quattro mesi al massimo; il tempo di farci prendere la mira al procuratore, e soprattutto ai giornalisti, per i quali basta un gol al Benevento e ti battezzano fuoriclasse assoluto.

Ai tempi di Vito Chimenti non era così.
E infatti c’erano un sacco di calciatori che nascevano in provincia, e in provincia morivano (calcisticamente parlando. Piccoli trapezisti dal viso malinconico, ricchi di estro ma destinati a non andare oltre il circo di paese; virtuosi ballerini destinati ad illuminare i teatri di periferia, e mai il Bolscioi.
In ogni caso, dei piccoli artisti; Chimenti, ma anche Palanca che giocò una vita nel Catanzaro. O Montefusco, genietto di un Napoli piuttosto modesto, e Vendrame, che scriveva persino poesie; l’estroso Zigoni, del Verona, e anche il mio Alviero Chiorri… Che per noi era il più forte di tutti, ma se entrava a San Siro gli chiedevano i documenti.

Perchè erano tempi, quelli, dove le squadre non avevano trenta giocatori, e le cosiddette “grandi” il loro genio ce l’avevano già.
Di Mazzola in squadra, insomma, ne bastava uno. Come bastava, e avanzava, un Bulgarelli, uno Juliano o un Ciccio Cordova, che erano le “stelle” dell’epoca… Ed in quanto tali, poco disposte a dividere l’applauso con il parvenue che arrivava dalla provincia.
Il grande Meazza non poteva vedere Annibale Frossi, che segnava per conto suo anziché passargli il pallone; e così Boniperti con Nicolè, che veniva dal Padova. Platini era geloso di Beniamino Vignola, le (rare) volte che gli rubava l’apertura sulla Gazzetta, e raccontano di Rivera che, quando volevano cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala, si comprò addirittura il Milan e ne “licenziò” il Presidente.
Anche per questo i Vito Chimenti nascevano in provincia, e lì rimanevano confinati; destinati all’amore imperituro di quelle tifoserie che grazie ad essi hanno vissuto anni memorabili, e adesso vedono la propria squadra sciagattare in serie D.

Altri tempi, quelli.
Dove i calciatori del Palermo li vedevi giusto nelle figurine Panini oppure in televisione, ma solo nel caso di una finale di Coppa Italia, quella volta ogni mille anni che ti capitava di arrivarci.
Successe nel 1979.
Era giugno, e al bar di piazza avevano già messo i tavolini fuori per i libidinosi del briscola-tresette.
Vito Chimenti segnò, al primo minuto.
Un gol alla Juve, all’epoca, era un lasciapassare per l’immortalità, ma anche una sbruffoneria: per uno di provincia, voleva dire attraversare le colonne d’Ercole… Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire la virtute di Mammì del Catanzaro, o di Gaetanino Troja, che proprio con un gol alla Juventus avevano nobilitato l’intera carriera.

Il povero Vincenzo alzò distrattamente la testa e sospirò: “Hanno fatto la frusta per il loro culo… Ora ne beccano un sacco e una sporta.”.
Come dire che quella sfacciataggine sarebbe costata molto cara a Vito Chimenti e al suo irriverente Palermo, che la magna Juve avrebbe schiacciato senza fatica, come si fa con le zanzare.
E invece, ci volle un gol di Sergio Brio, a cinque minuti dalla fine. E infine una prodezza di Causio, ai supplementari; quando tutti aspettavamo almeno i rigori, e speravano nello scherzetto alla Vecchia Signora.
Che stava antipatica anche nel 1979, evidentemente. Ma allora era un’antipatia goliardica, e spesso divertente, mentre adesso ci siamo incattiviti troppo.

A noi ragazzi, rimase negli occhi il gol di questo Vito Chimenti, per l’appunto: un tipo da figurine panini, più che da televsione, e che poi avremmo rivisto negli anni a venire con le maglie dell’Avellino e della Pistoiese, del Catanzaro e del Taranto. Mai con una maglia importante, come forse avrebbe meritato.

Ma il destino dei Chimenti (e dei Palanca, e dei Vendrame) non era evidentemente quello dell’Ulisse dantesco: era, invece, quello di Prometeo. Che un giorno rubò il fuoco agli dei e volle regalarlo agli umili, quali erano i tifosi del Cagliari, della Spal o della Sambenedettese.
Oppure, il destino di Robin Hood.
Che ruba ai ricchi per donare ai poveri, e poi un giorno si trova sulla sua strada Franco Causio; che anche lui ha un bel paio di baffi, esattamente come te, e anche lui viene dal sud.

Però, si trova dalla parte giusta: e infatti passerà alla storia come “Il Barone”.

Mentre Vito Chimenti, invece, sarà soltanto “quello della bicicletta”.

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