Non fu probabilmente la partita del secolo, ma di certo quel lontano “bianchi contro viola” ci è rimasto nel cuore per tanti anni.

E c’è da giurare che tuttora, nel rivedere quelle due fotografie, a qualcuno di quei piccoli protagonisti è scorso un brivido lungo la schiena nel rivedersi bambino… E nel ripensare alla primissima volta nella quale ognuno di noi si sentì un calciatore a tutti gli effetti. Per il semplice fatto di calpestare un camposportivo “vero” (perché eravamo abituati alla “Compagnia” e alla “Piazzola”, e allora l’Armando Picchi ci pareva lo stadio di Wembley). Ma anche per il gusto che dava indossare una maglia vera e propria (con il numero dietro), unito al rito virile della condivisione dello spogliatoio e poi della folla che veniva a vederti (e se la memoria non mi inganna, c’era un bel po’ di gente).

Erano tempi avventurati, quelli. Non esistevano outlet, né multisale, né centri commerciali; e d’altronde anche le automobili, e le strade a disposizione, erano quelle che erano. Così, tutte le scuse erano buone per movimentare la domenica dei paesani; anche una partitella tra bambini di dieci anni, senza star lì a fare i difficili, o a metterla giù troppo lunga sul gap fin troppo evidente tra il più grande (Michele Perugini, portiere dei “viola”, che doveva essere un 1962 ed era già molto più grosso degli altri) e i più piccoli (Donato e il Rossi, che sono del ’68, ed erano due scriccioli).
La partita, infatti, si giocò nel 1975.
Nove contro nove. Perché tra Petroio e Castello, quella domenica pomeriggio di primavera, non ci fu verso di trovarne di più, evidentemente… Non nel numero legale, ma comunque abbastanza fieri ed impettiti nella foto di inizio gara, scattata probabilmente da Vasco Pallari o da quel signore altissimo di Sinalunga che si chiamava Mario e faceva l’impiegato postale. E siccome anche una fotografia, all’epoca, costituiva un evento abbastanza raro, ecco che quei piccoli calciatori sono ritratti nella speranza di assomigliare nello sguardo e nel piglio a Rivera, a Mazzola e a tutti quei campioni che si vedevano alla Domenica Sportiva, o nella pagina centrale dell’Intrepido o del Monello.

Il risultato finale? Quattro a uno per la squadra viola.
Maturato alla fine di una gara dove la differenza la fecero i due fuoriclasse dell’epoca: il centravanti Maurizio Tozzi (“il citto di Macinino”) e l’ala sinistra Stefano “Pippino” Terrosi (“il citto di Trutru”), autori di una doppietta a testa e di giocate di alta scuola… Per i “bianchi”, il punto della bandiera siglato da Danilo che trasformò un dubbio calcio di rigore, benevolmente assegnato a risultato ormai acquisito dal direttore di gara (che probabilmente era Nanni Machetti, ma poteva essere anche Passerotto).

A riguardare la foto, quarantacinque anni dopo, si evince come la gara fosse assai squilibrata già dalle formazioni iniziali, e la qualità fosse tutta a favore dei “viola”, che potevano esibire un potenziale offensivo notevolmente superiore. Insieme ai due marcatori, infatti, si nota la presenza di Michele Casini a completare il tridente, e nel ruolo di trequartista (o presunto tale) Franco Bindocci, che da bambino giocava benissimo, ed era bravo soprattutto a calciare le punizioni.
I “bianchi” avevano in attacco Cesare Bellacci e Andrea Marrangoni, supportati dall’estro di Marcello Ermanni (schierato con un impegnativo numero dieci) e di Damiano Graziani (che faceva il mediano).

Desta tenerezza, semmai, vedere quanto sia cambiato l’approccio allo sport, nel breve volgere di una generazione: e lo si evince a cominciare dall’equipaggiamento, soprattutto se paragonato all’attuale guardaroba che può esibire un qualsiasi bambino che frequenti la scuola calcio.
Tra “bianchi” e “viola”, invece, quasi nessuno ha regolari scarpe da calcio: ed i pantaloncini sono spesso quelli da passeggio; che, finita la partita, verranno prontamente reindossati per la vita di tutti i giorni.
Anche perché non ci sono docce che aspettano i calciatori in erba. Gli “spogliatoi” sono il garage dove Oreste rimette solitamente il camion (per i “bianchi”) e la rimessa di Amedeo Graziani (per i “viola”), ma è l’unica concessione ufficiale alla ”regolarità” della gara. E quando finisce la partita, si torna tutti a casa; a prendersi qualche scapaccione, nel caso pantaloni e scarpe si fossero rovinati nell’impeto della competizione. “Che il tu’babbo i soldi mica li zappa, sai…”, era la frase di rito.

I diciotto ardimentosi che furono protagonisti di quella primissima partita “ufficiale” hanno, adesso, un’età che va dai cinquanta a i sessant’anni.
Rappresentano probabilmente l’ultima generazione cresciuta “per strada”: una gioventù che conobbe pane e pomodoro (o pane e burro, o pane vino e zucchero) e non il Mc Donalds. Che non aveva a disposizione duecento canali televisivi, e comunque i cartoni animati, o i telefilm tipo Zorro o Tarzan, li guardava raramente, perchè preferiva scendere in strada, e rimanerci fino tardi… Almeno fino a quando, dalle finestre, partivano le litanie di mamme e nonne ad avvertire che il pranzo (o la cena) era pronta; con acuti in do settima che Maria Callas se le sognava.
Che, parlando di pallone, comprava le figurine da Duina, alla Piazzola e guardava Novantesimo Minuto in bianco e nero. E quando gli succedeva di entrare all’Armando Picchi con una maglia addosso, giocava per i “bianchi”, o per i “viola”, e gli sembrava di sognare.
O, anche meglio, quando capitavano le sfide estive con il Castello, il Montefollonico o i campeggiatori religiosi di Sant’Anna in Camprena: e lì, se specialmente ti capitava di segnare un gol, avvertivi la considerazione e i complimenti di quelli “grandi”. Più, ovviamente, il gelato assicurato: da “Carnera”, o “alle Acli”, o “al Circolo dell’Enal”.

Alcuni di quei bambini, adesso, sono addirittura nonni. Per molti di loro, la passione per il calcio (che all’epoca era totalizzante) si è affievolita fino a scomparire del tutto; ma sono sicuro che nel vedersi in quella foto, un’emozione è comunque arrivata.
Un’emozione che ricorda la “meglio gioventù” che eravamo: quando facevamo del nostro meglio per assomigliare a Lello, a Fulvio e a Tonino, che erano i nostri fratelli maggiori, e ci sembravano bravi come Pelè o Crujff.

E quando ci sentivamo parte di qualcosa, e quel qualcosa ci sembrava giusto di onorarlo e rappresentarlo al meglio: pur con la maglia che stava troppo larga e stando attenti a non rovinare le scarpe della domenica.

Il GS comincia il suo viaggio domani.
Mi sembrava giusto ricordargli da dove viene

BEPPEENZO

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