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Era una questione di palle.
Anzi, di palline.

E in base a quelle, si misurava quanto pesavi nel gruppo, e qual’era il tuo grado di autorevolezza all’interno di esso.

Non è un discorso figurato; le palline erano in plastica e si vendevano nei sacchetti a rete, uguali a quelli che contenevano le arance. Si chiamavano “biglie da spiaggia”, ma andavano benissimo anche per gente di collina come noi: che con la sabbia avevamo poca dimestichezza, e l’unico mare che conoscevamo era il famoso fontone dei “Bagnacci”, tra Lucignanello Bandini e Cosona.

Il nostro modo di essere, la nostra estetica, la nostra filosofia di vita era già dentro quei sacchetti, e in quelle palline.
Potevi essere Eddy Merckx, per esempio… E siccome di Merckx ce n’era uno, ed era la pallina più ambita, già da lì si capiva che saresti venuto fuori un tipo di personalità: uno dal grande carisma, la cui leadership veniva riconosciuta da tutti.
E niente conta più di quello, quando si hanno dieci anni.

Ma potevi essere anche altri corridori.
Quelli dal nome esotico, come Roger De Vlaeminck. O De Muynck, che vinse un paio di Giri d’Italia. Potevi essere Adorni, o Motta, che erano bravi, ma non abbastanza da scaldarti; outsider come Franco Bitossi della Filotex, che a Prato e Pistoia aveva più tifosi della Fiorentina, o come Marino Basso, che vinse a Gap (proprio su Bitossi) lo sprint più crudele della storia del ciclismo.
Francesco Moser della Sanson, che era l’astro nascente, oppure quei nomi che salmodiava il telecronista De Zan: quelli tipo “Baaa-roon-cheee-lliiii”, che durava quanto una strofa in ottava rima, per prendere tempo e riconoscere quelli che arrivavano dopo.
E poi Godi Schmutz, preceduto inesorabilmente dall’aggettivo “l’Elvetico” (che voleva dire Svizzero). Come Tommy Prim, che era “lo Scandinavo” e Francisco Galdos, “l’Iberico”… Uniche “intrusioni” in uno sport che era da sempre un affare tra Francesi, Italiani e Belgi; che quando scappò fuori Stephen Roche, ed erano già gli anni ottanta, sembrò uno caduto per caso dal pianeta Marte. Perchè un Irlandese che andasse forte in bicicletta, non rientrava nel novero delle cose possibili.

E poi c’era la pallina di Felice Gimondi, ovviamente.
Anche se io, per una questione di anagrafe, mi ricordo più il Gimondi crepuscolare, a fine carriera, che non il campione fiammeggiante capace di vincere il Tour a poco più di vent’anni.
E me lo ricordo in un lontano e triste pomeriggio davanti alla televisione, in quegli anni dove l’evento sportivo era una specie di messa laica da seguire tutti insieme e il tifo militante era un dovere che coinvolgeva tutto quello che chiamava in causa l’Italia: la Nazionale di calcio e la Ferrari, Thoeni e Panatta, Mennea e Sara Simeoni.

E mi ricordo di quel Gimondi lì, ormai in netta difficoltà, su una salita del Lombardia, o forse della Sanremo… Lui, con la sua faccia triste da persona “seria, perbene e lavoratora” (diceva il povero Fosco), a guardare immalinconito tutti quei giovanotti che si chiamavano Algeri, Visentini o Mario Beccia, ai quali bastavano due colpi di pedale per saltarlo, e lasciarlo lì.
La telecamera indugiò su quel volto da Cristo in croce, tipico dei ciclisti in difficoltà: e De Zan, come la Veronica sul Golgota, ad asciugare l’amarezza per il campione ormai al tramonto.
“Un problema con i crampi, sicuramente…”
“Forse la bicicletta ha il cambio difettoso…”
“Probabile un alimento sbagliato, durante l’ultimo rifornimento…”.

Erano, palesemente, bugie pietose.
Piu’ semplice dire che il vecchio Felice Gimondi, beh… Non ne aveva più.
Perché arriva il momento che il tempo ti chiede il conto, ed Achille deve uccidere Ettore.
Ma è proprio quello il momento che il tuo cuore tifoso si ribella. E allora si, che fai il tifo per Ettore.
Più di quanto tu non abbia mai fatto.

Ti sia lieve la terra.FB_IMG_1566305075579

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