Domenica sera Sinisa Mihajlovic mi ha commosso. Perché davanti a quella faccia scavata dal male e dalla sofferenza, e da quell’aria indifesa di chi sta affrontando una battaglia così impervia e difficile io mi inchino.

Quella volta, Sinisa Mihajlovic non fece una gran figura.

Era uno di quei giorni che il nostro calcio ci riserva ogni tanto, quando si trova a corto di argomenti, e deve correre dietro al primo ebete che si alza dal letto.
In quel caso, i più mattinieri furono gli Irriducibili Lazio, con i famosi adesivi di Anna Frank in maglietta giallorossa.
Ora, l’antisemitismo è roba delicata, e da maneggiare con cura, ed è per questo che il 99% dei calciatori (con il loro lessico composto da venti parole e tre concetti mandati a memoria) ne sono tagliati irrimediabilmente fuori. Mihajlovic, bontà sua, fa parte di quell’1% che rimane; e siccome i giornalisti sono gran figli di buona donna, proprio a lui andarono a chiedere un parere, fiutando nell’aria l’odore (metaforico) del sangue .
E Sinisa non li deluse.
“Anna Frank? Mai sentita nominare”, disse più o meno.

Bip.
Risposta sbagliata.

Uno, perché Anna Frank, hai il dovere morale di sapere chi sia. E, più importante ancora, premettere in partenza che tutte le cosiddette “soluzioni finali” (Anna Frank, le foibe, i gulag in Siberia, i Pogrom, i lager anglo-boeri, i desaparecidos, i Giapponesi che in Manciuria facevano mangiare i Cinesi dai cani) sono l’abisso di orrore dove periodicamente cade l’umanità.
Poi, viene tutto il resto.

Sinisa, invece, cadde nella trappola (in questi casi pericolosissima) del “si, ma…”.
Replicò a petto in fuori, tirò in ballo Ivo Andric e un capolavoro poco conosciuto come “Il Ponte sulla Drina”, ma in sostanza fu il solito, maldestro tentativo di buttarla in caciara.
“Perché prima di tutto, sono uno che non fa demagogia”, disse.
In realtà, non aveva nessuna voglia di deludere tutta quella gente che lo ha preso come ideale punto di riferimento, fin dai tempi di “Onore alla Tigre Arkan”. Quella gente ostile a tutto e pericolosamente dedita ai ”Sieg Heil” e alle svastiche sulle bandiere, ma che a Sinisa stanno evidentemente simpatici.
“Perché prima di tutto, sono un uomo coerente”, ribattè.
E allora qualcuno gli ricordò il “Chi-non-salta-nerazzurro-è” sbattuto in faccia ai tifosi dell’Inter, appena tre mesi dopo aver spergiurato che, per una questione di coerenza, avrebbe preferito vivere da barbone sotto i ponti, piuttosto che allenare il Milan.
“Ma io, prima di tutto, sono un professionista”, replicò.

Domenica sera, invece, Sinisa Mihajlovic mi ha commosso.
Perché davanti a quella faccia scavata dal male e dalla sofferenza, e da quell’aria indifesa di chi sta affrontando una battaglia così impervia e difficile, beh… Davanti a quella roba lì, io me la faccio addosso. E mi inchino.
E penso a quanto poco contino i petti in fuori, le dichiarazioni roboanti e le maschere che indossiamo tutti i giorni. E quanto diventino importanti, invece, le strette di mano degli amici veri. L’affetto della famiglia che ti protegge e soprattutto l’abbraccio dei tuoi bambini.

Tutti noi abbiamo visto qualcuno con la stessa, identica faccia del Sinisa Mihajlovic di domenica sera: quella faccia che il male trasforma e rende spettrale, da non riconoscere in essa il parente, o l’amico di sempre.
“Sei un guerriero, ce la farai”, dicemmo a Fulvio, e a Jari, e ai tanti che combatterono davvero con un coraggio da leoni. E poi dovettero arrendersi; perchè il male, talvolta, è così forte da non lasciare scampo.
“Sei un eroe. Hai sconfitto il cancro”, dissero trionfalmente a quel famoso attore, reduce da una difficile operazione.
Lui guardò gli altri pazienti del reparto oncologico e sorrise amaro: “Tutti, qui dentro, sono degli eroi. Io sono stato solo più fortunato”.

Auguri, Sinisa Mihajlovic.
Ce la farai.69619827_2209300875848669_4076910247308951552_n