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Non per portare male, ma io me lo sentivo.

Perchè il brutto delle imprese come quelle di Berrettini è che durano poco.
Un battito di ciglia.
Non fai in tempo a celebrarle, che arriva l’ostacolo successivo. E dopo l’attesa spasmodica, gli speciali del telegiornale e le interviste alla vecchia nonna che lo ha tenuto sulle ginocchia, tutto finisce inesorabilmente con il titolo affettuoso della Gazzetta dello Sport: “Berrettini, Grazie lo stesso”.
Che è una formula buona per tutte le stagioni: ultimamente l’hanno dedicata al golfista Molinari e alle ragazze del Calcio Femminile, mentre hanno finalmente smesso di usarla per la Nazionale di rugby. Che dopo averla ringraziata, coccolata e consolata in lungo e in largo, si sono accorti che non vince una partita da tre anni.

Ha vinto Rafa Nadal, come temevo.
Perché a quei livelli la testa conta quanto le braccia, e pur non essendo un esperto, ho rivisto il Berrettini dell’altra sera, con Monfils. Che produce colpi magnifici, gioca una partita entusiasmante, ma fa di tutto per non vincerla.
E quel dannato punto finale che non arriva mai, mi ha ricordato il Papino, quando giocava a biliardo. Dove era nettamente il più bravo di tutti, tranne quando organizzavano un torneo a premi. In quel caso, vinceva sempre lo Staccioli, che aveva una gestione migliore dei momenti decisivi.
Berrettini è forte, ma Nadal è troppo più abituato a vincere, ed a manovrare a suo favore lo stress e la pressione.
E il tennis, in questo senso, è lo sport più infido di tutti… Perché, disse una volta Adriano Panatta, “l’ha inventato il Diavolo”.

In ogni modo, riconosco che una partita (quasi) per intero non la vedevo da tempo immemorabile..
Devo tornare bambino, ai ruggenti tempi di Panatta, Barazzutti e della Coppa Davis del 76, vinta a Santiago del Cile. Che mi ricordo benissimo, perché all’epoca pochi sport (calcio escluso, ovviamente) “tiravano” più del tennis, e qua e là spuntavano come funghi i campetti in terra battuta… Anche nelle villette dei nuovi ricchi che si facevano largo in Valdichiana, e per i quali il campo da tennis era uno status symbol, ancor più della piscina; una specie di segnale per far capire al mondo che stavi scalando la piramide sociale.

Durò qualche anno.
Poi il fenomeno si sgonfiò, perché noi siamo da sempre gente dall’amore facile ma anche incline a scoraggiarsi, senza l’effetto “traino” della vittoria : ai tempi di Alberto Tomba interrompevano il Festival di Sanremo, e adesso non ne trovi uno che conosca il nome del detentore della Coppa del Mondo di sci. Stesso discorso per il pugilato e per la vela, esaurito l’effetto “Luna Rossa”… E fate caso a quanta gente spegne il televisore se le Ferrari si ritirano dal Gran Premio.

Nel tennis, stiamo alla finestra da più di quarant’anni. Ad aspettare un campione che non arriva mai, e che ci costringe a spasimare per lo svizzero Federer o il serbo Djokovic e prima ancora per l’Americano, lo Spagnolo, il Tedesco e il Russo.
Mentre noi abbiamo esibito, nell’ordine, Canè e Camporese; Pozzi, Gaudenzi e un certo Pescosolido, che aveva il cognome simpatico, e per questo veniva ripetutamente citato nelle serate della Scala 40. Ricordo il povero Remo esclamare raggiante: “Ho pescato solido!”, quando gli capitava di trovare il jolly.
C’era Diego Nargiso, che si allenava in America e dava il tu a Sampras e Agassi, ma non valeva la metà della loro seconda palla di servizio. Persino uno che si chiamava Starace, come il segretario del PNF degli anni trenta che doveva “instivalare l’Italia”.
Paragonato a loro, questo Matteo Berrettini mi sembra di tutt’altra pasta. E rispetto al più famoso Fognini, ha dalla sua parte l’età e anche i modi, che mi sembrano più costumati.
E che non sottovaluterei, perché il tennis è comunque un mondo di gentiluomini.
E il maleducato si nota più che altrove.

Poi, ci mette il fisico; che è diventato uno strumento indispensabile dagli anni novanta in poi… Da quando, cioè, le discipline hanno subito quella rivoluzione genetica che le ha trasformate da “diporto” che erano (voce dal francese “se deporter”, che vuol dire “passatempo”) in sport “estremi”.
Prendete Zoff e Sepp Maier (i migliori portieri degli anni 70) e confrontateli con Donnarumma e Meret.
Oppure, rimanendo in tema, osservate una foto con Panatta e Bertolucci. All’epoca, due doppisti quasi imbattibili, a livello internazionale: e ditemi se quei muscoli lì, oggi, vi consentirebbero di passare il primo turno al torneo dopolavoro del Monte dei Paschi.
Raccontavano di Gerulaitis, che tirava le tre di notte al night club dell’albergo, bevendo fiumi di champagne. E l’indomani, magari, era capace di conquistare la finale di Wimbledon.

Stavolta, non è andata, però è stato abbastanza bello.
Ma niente “grazie lo stesso”.

Vinci alla prossima , Matteo Berrettini.69339636_2226713360774087_652047336284880896_n.jpg

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