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“Com’e’ che giocano con le maniche lunghe?”

Era l’estate del 1978, e al bar di Ofelio ne sapevamo pochissimo sia di antipodi che di emisferi australi: e vedere il fiato di Tardelli, o di Gentile, che in pieno giugno diventava nebbiolina ci sembrava abbastanza strano.
I Mondiali di calcio erano anche allora eventi “caldi”: una roba da limonata e zanzare, eppure i nostri campioni laggiù in Argentina sbuffavano come locomotive… E a me, adolescente, assomigliavano a quei cacciatori infreddoliti che aspettavano sulla “posta” l’arrivo del cinghiale, nelle mattinate di fine novembre.

Era “il fiato che si faceva fumo” (Claudio Baglioni , “Solo”, Rca 1977) durante gli abbracci, quando quella nostra bellissima Nazionale segnava un gol.
Come dopo quel triangolo Bettega-Rossi-Bettega che rese magica la fredda notte di Buenos Aires.

“Nelle tribune del Monumental, due tricolori italiani hanno fatto ammainare centomila bandiere argentine”, titolò
orgogliosa la Gazzetta dello Sport.
Perché erano tempi un pò retorici, quelli.
Retorici, e anche reticenti, ci vorrebbero far credere oggi.
Ma noi si sapeva poco dei Desaparecidos e delle mamme di Plaza de Mayo: delle torture all’Escuela e della gente scaraventata giù dagli aereoplani.
Gran parte della stampa italiana si limitò a parlare di pallone, e a raccontarci quello che decisero di fargli vedere: e ci parlarono di gente povera, ma felice, e con un sacco di cognomi italiani. E di una nazione amica dove i militari controllavano sì con occhio vigile, ma tutto sommato bonario.
Eravamo nel bel mezzo dei nostri anni di piombo, e della cosiddetta “guerra fredda” tra l’America di Jimmy
Caerter e la cupissima Unione Sovietica di Breznev : i giornali più importanti (ma questo si seppe dopo) erano già nelle mani della P2 di Licio Gelli, e a parecchi giornalisti fu suggerito di chiudere un occhio, e in molti casi tutti e due.

Ma fu, sportivamente parlando, un Mondiale con i fiocchi.
Non fu solo quell’associazione a delinquere spacciata sui documentari, che toccò l’apice con la famigerata “Marmelada peruana” e si concluse con l’arbitraggio di Gonella, in finale.
Per quelli della mia generazione, Argentina 78 fu piuttosto un Mondiale da ricordare con affetto bambino: a cominciare dalla mascotte “Gauchito” sulle magliette (tremila lire, al
mercato a Sinalunga) e dalla sigla che precedeva la messa in onda delle partite (“Ar-gen-ti-na-cal-cio-Mun-
diaaaal”).

E poi la Nazionale italiana.
Fortissima.
in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82, più tre fuoriclasse come Causio, Bettega e Benetti che in Spagna non trovarono posto: Benetti era un centrocampista favoloso, dal tackle robusto e la media gol di un trequartista.
Bettega non sarà stato simpatico, ma era il più formidabile colpitore di testa di quegli anni… Non lo valevano né Hrubesch, né Santillana.
Causio, infine, era un elegante regista esterno mai a corto di inventiva; e tra lui e il più reclamizzato Simonsen (che vinse il Pallone d’Oro) avrei saputo chi scegliere.
E poi c’era Mauro Bellugi, al centro della difesa. Quel Bellugi (e la storiella resiste tuttora) che fu messo bruscamente alla porta dal leggendario “Zipichino”, quando si presentò ad un provino per la Sinalunghese.
“Questo può fare giusto la panchina nel Buonconvento”, fu la “storica” sentenza.

Bearzot ci aggiunse i giovanissimi Rossi e Cabrini, con una felicissima intuizione dell’ultim’ora, e il torinista Zaccarelli, più utile dello scalognatissimo Antognoni, mai a suo agio nelle grandi competizioni internazionali.

Ci fermammo sul più bello.
Nello scontro decisivo con l’Olanda, che rispetto all’Arancia Meccanica di quattro anni prima aveva perso in classe ma aveva guadagnato in sostanza.
Allora ci fu il processo a Zoff, e alle sue diottrie, ma a rivederla adesso ci vuol poco ad accorgersi che fisicamente non ci fu partita… E che nel secondo tempo non la strusciammo praticamente mai.

Io mi ricordo i nostri sguardi affranti, al bar di Ofelio (che era mio cugino, ma lo chiamavo zio).
“Poteva mettere Claudio Sala, che era più fresco”
“Poteva mettere Maldera, che è buono a fluidificare”
“Poteva portare Albertosi, invece che lasciarlo a casa”.
E poi qualcuno, più grande e più assennato, che tagliò la testa al toro: “È proprio un povero mondo… Abbiamo le Brigate rosse all’uscio di casa, e questi giovani pensano ancora al pallone…”

La nostra bellissima Italia era stata appena eliminata.
Erano più o meno le sette di sera, e fuori c’erano ancora tre ore di giorno da godere.
Dal juke box partì una canzone: “Ti ricordi quella strada… eravamo io e teeee”. Antonello Venditti, “Sotto il segno dei pesci”.
Il suo disco più bello di sempre.

La favolosa estate del 1978 poteva cominciare.

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