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Vite vere (compresa la mia).

Perché il genio è una scintilla, roba di un attimo, diceva il protagonista di “Amici Miei”; e si può essere geniali anche solo per una battuta, a patto che se ne facciano di così ben riuscite da passare alla storia.

Come quelle che scriveva per Cochi e Renato, per Jannacci e per Monicelli: e poi quelle del professore sul tram o dello scommettitore “Slungatti”, che aveva “un capello bianco per ogni rottura prolungata in dirittura d’arrivo”.
Ovvero, quel momento dove chi gioca ai cavalli vede svanire il malloppo che si sente già in tasca.

C’era, in quel libro, tutto il mondo di Beppe Viola.
Aveva una copertina rossa dove campeggiava la sua caricatura; l’aria disincantata, gli occhi pigri e un po’ languidi, come certi personaggi di Altan.
E, tuttavia, lo sguardo arguto e un po’ strafottente, che cristallizzava la sua faccia e la consegnava all’eternità: come Batman, Tarzan o Topo Gigio, che non invecchiano mai… Come Coppi, o Valentino Mazzola, che non fecero in tempo ad invecchiare.
Come Zoff e Socrates che si scambiano i gagliardetti al Sarrià di Barcellona, 5 luglio 1982.
Ed avranno sempre quella faccia lì, anche tra mille anni

Noi adoravamo Beppe Viola.
Era il “cavallo pazzo” della Domenica Sportiva: raccontava il calcio in un altro modo, ne coglieva gli aspetti più divertenti, lo trasformava in qualcosa che andava oltre il campo da gioco. Fu, in questo, una specie di precursore: mettendoci sopra l’ironia e l’arguzia che non scendeva mai nella banalità.
Commento’ un deludente Milan-Inter con le immagini di vent’anni prima, quando la partita era invece riuscita bellissima… Intervistò Rivera dentro un tram, in un servizio che fece scalpore: e dove il bello non era né Rivera, né l’intervista.
Ma era, piuttosto, quel tram in legno che attraversava Milano, e che ti immaginavi scampanellante. E che raccontava una città che non esisteva quasi più più; una città dura, ma forte, generosa e piena di energia.
La Milano del miracolo economico e dei “cumenda” con la ballerina e il tavolo prenotato alla Sei giorni di ciclismo. Di Moratti e di Rizzoli, del Paron Rocco e del Mago Herrera.
Ma anche la Milano delle periferie che crescevano senza controllo: Gratosoglio, Quarto Oggiaro, lo smog, gli ambienti della “mala” e quei poveracci che si giocavano anche le mutande, all’ippodromo del trotto.
Le luci fredde, la nebbia e le vite sempre uguali delle tante “Vincenzine” davanti alla fabbrica… Tutta roba al tramonto, come la vita di Beppe Viola.
Vera, e breve.
Presto sarebbe arrivata la Milano da bere, che lui non avrebbe fatto in tempo a vedere.
Peccato, perchè nessuno sarebbe riuscito a raccontarla meglio.

Andai alla presentazione, pochi anni fa, di “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, il libro di memorie che gli aveva dedicato la figlia Marina.
Ne venne fuori il ritratto dolce e struggente di un papà goffo, e un po’ inadeguato. Soprattutto, un papà ingombrante: indifeso e sopraffatto da quel demone che lo stava rovinando.
E si parlò, sommessamente, di quella nobildonna che si era invaghita di lui, e che volle pagargli tutti i debiti, a patto però di averlo tutto per sé.

Marina ricordava teneramente il suo grande papà, soprattutto in quelle rare volte che ormai si fermava a dormire a casa.
E ricordava la mattina, quando arrivava il momento di andarsene, i suoi occhi che diventavano acqua, e questo omone che cominciava a piangere, senza riuscire a smettere. “Perché non rimani con me e con la mamma, come fanno tutti i papà?”, gli chiedeva.

Forse (ma questo lo dico io) è morto giovane anche per questo.

Auguri, Beppe.
Oggi sarebbero stati ottanta.

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